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sabato 25 aprile 2026

Decreto sicurezza o insicurezza per decreto? Come si riducono i diritti di tutti, iniziando dal ridurli ai cittadini stranieri.

 


di Antonio Ciniero


Il cosiddetto decreto sicurezza approvato oggi produce almeno tre effetti rilevanti.

1) Il consolidamento di un paradigma fondato sul contenimento e sul controllo.

2) Il rafforzamento delle frontiere interne: non più soltanto gestione dei confini esterni, ma organizzazione interna delle popolazioni migranti attraverso dispositivi amministrativi, detentivi e procedurali.

3) La stabilizzazione dell’eccezione: deroghe estese fino al 2028 e ricorso sistematico al decreto-legge contribuiscono a legittimare una (non) emergenza che si conferma struttura ordinaria di governo.

L’adozione dell’ennesimo decreto sicurezza alla vigilia del 25 aprile non è un dettaglio neutro. È una scelta che produce uno scarto evidente tra il significato pubblico di quella data — la liberazione dal nazifascismo e l'affermazione dei principi costituzionali — e un intervento normativo che, in più punti, comprime garanzie, amplia spazi di eccezione e rafforza dispositivi di controllo di ispirazione chiaramente fascista. Più che una coincidenza, appare come una frattura simbolica: da un lato la memoria di un ordinamento fondato sui diritti, dall’altro l’estensione di strumenti che tendono a sospenderli, almeno per alcuni.

È nei Centri Per il Rimpatrio — nei loro meccanismi di espansione, gestione e regolazione — che questa trasformazione appare nella sua forma più nitida. Se si vuole cogliere il senso profondo del decreto, è nella disciplina della (non) accoglienza, e in particolare negli interventi che riguardano i Centri di permanenza per il rimpatrio, che bisogna guardare.

1. Espansione dei CPR e deroga all’ordinamento ordinario.

Il passaggio più significativo è contenuto nell’articolo 30, che autorizza il Ministero dell’interno, fino al 31 dicembre 2028, a derogare alle disposizioni di legge — con l’eccezione di quelle penali, antimafia e dell’Unione europea — per la realizzazione, ristrutturazione e gestione dei centri. Non si tratta di una semplice accelerazione amministrativa, ma di una sospensione selettiva dell’ordinamento ordinario in un ambito estremamente sensibile: quello della detenzione amministrativa degli stranieri.

Le deroghe possono incidere su:

-procedure di appalto e affidamento, con possibili riduzioni di trasparenza e concorrenza;

- vincoli urbanistici e autorizzativi;

- standard ordinari di gestione e controllo dei servizi.

L’effetto è duplice: da un lato si accelera la costruzione e l’ampliamento dei CPR; dall’altro si istituisce uno spazio giuridico eccezionale, in cui le garanzie sono compresse in nome dell’urgenza. In questo quadro, la detenzione amministrativa tende a consolidarsi non come misura residuale, ma come infrastruttura stabile di governo della mobilità.

2. Affidamenti diretti e gestione opaca.

Questa logica si rafforza con l’articolo 32, che consente l’affidamento diretto alla Croce Rossa Italiana delle attività definite “umanitarie” nei CPR, sempre fino al 2028.

Il nodo non è tanto il soggetto, quanto il meccanismo:

- si bypassano procedure trasparenti;

- si concentra la gestione in pochi attori;

- si riduce la tracciabilità pubblica delle scelte.

Il rischio, molto concreto, è quello di una esternalizzazione poco trasparente della gestione di spazi di sospensione del diritto, in cui soggetti a vocazione umanitaria operano dentro dispositivi detentivi che negano l'essenza stessa dell'umanità, con una tensione strutturale tra funzione assistenziale e funzione di controllo che sarà sempre più schiacciata sul secondo polo.

3. Incentivi economici e rimpatrio “assistito”.

L’articolo 30-bis, così come modificato a seguito delle osservazioni della Presidenza della Repubblica, interviene sui programmi di rimpatrio volontario assistito ridimensionando alcuni degli elementi più critici presenti nella versione originaria. In particolare, il compenso previsto (circa 615 euro) non è più riconosciuto esclusivamente agli avvocati né subordinato all’effettiva partenza dello straniero, ma viene corrisposto per ogni pratica seguita, indipendentemente dall’esito. Inoltre, viene eliminato il coinvolgimento diretto del Consiglio Nazionale Forense nel pagamento dei compensi.

Queste modifiche attenuano il rischio più evidente di una remunerazione direttamente legata al rimpatrio, che avrebbe potuto creare un incentivo distorto verso la conclusione della procedura. Tuttavia, resta una questione di fondo: l’introduzione di un meccanismo economico all’interno di un ambito così delicato continua a produrre una possibile ambiguità tra tutela dei diritti e gestione amministrativa delle partenze.

Anche in assenza di un legame diretto tra compenso ed esito, il dispositivo rischia comunque di orientare le pratiche verso una logica di gestione del rimpatrio più che di pieno accompagnamento giuridico, soprattutto in contesti segnati da vulnerabilità e asimmetrie informative.

4. Notifiche via PEC e accesso effettivo ai diritti.

La possibilità di notificare atti anche via PEC apparentemente è solo una misura tecnica, ma nella prassi solleverà una questione sostanziale: quanto è effettivamente accessibile questo strumento per i destinatari?

In contesti segnati da precarietà abitativa, fragilità linguistica e discontinuità amministrativa, la digitalizzazione delle notifiche può tradursi in una riduzione concreta delle garanzie procedurali, rendendo più difficile esercitare il diritto di difesa nei tempi previsti.

5. Accesso alla giustizia e fine del patrocinio automatico.

Il quadro si completa con l’abolizione del gratuito patrocinio automatico per i ricorsi contro l’espulsione.

La conseguenza è chiara: l’accesso alla giustizia viene subordinato alla capacità economica. Si tratta di un passaggio critico perché incide direttamente su:

- il diritto di difesa (art. 24 Cost.);

- l’effettività della tutela giurisdizionale;

- l’uguaglianza sostanziale.

La giustizia sarà così sempre più selettiva, in sfregio della frase che campeggia in tutti i tribunali italiani "La legge è uguale per tutti", perchè saranno proprio i soggetti più vulnerabili che incontreranno maggiori ostacoli nell’attivare le garanzie previste dall’ordinamento.

Più che un intervento emergenziale, il decreto consolida un modello: la gestione della migrazione come questione di sicurezza, affidata a strumenti eccezionali che tendono a diventare permanenti.

Il punto più delicato non è tanto e solo ciò che queste norme producono oggi, ma ciò che renderanno possibile domani: uno slittamento progressivo del confine tra diritto e amministrazione, tra garanzia e controllo.

Ed è proprio da qui che la questione smette di riguardare soltanto i cittadini stranieri. Perché quando una garanzia viene compressa ai margini, non resta mai confinata lì: tende, nel tempo, a ridefinire l’intero spazio dei diritti e, purtroppo, non dovremo molto... basti vedere gli articoli che comprimono le libertà personali in occasione di manifestazioni presenti in questo stesso decreto. La direzione è chiara, a noi, ai cittadini, ai presidi di democrazia, il compito di invertire la rotta!


venerdì 27 marzo 2026

Sempre a proposito di antiziganismo e cronaca locale: quando “fare luce” significa selezionare cosa vedere

 


di Antonio Ciniero

C’è un modo ricorrente di intendere l’“inchiesta” come gesto che “fa luce”. La luce però può essere selettiva, orientata, capace di confermare più che interrogare, a partire da ciò che si sceglie di illuminare. È proprio in questa selettività dello sguardo — spesso inconsapevole — che l’antiziganismo si insinua e si riproduce. Quando poi questo sguardo entra nella costruzione del discorso pubblico, l’attenzione non è più solo opportuna, ma necessaria.
Scrive sulla sua pagina pubblica chi ha realizzato l’“inchiesta” dedicata al — cito da sottotitolo di uno degli articoli — “famigerato” campo Panareo della città di Lecce, pubblicata a puntate sulle pagine de La Gazzetta del Mezzogiorno, in cui mi sono imbattuto nell’ambito di un lavoro di analisi su come l’antiziganismo informi il discorso pubblico (non riporto il nome di chi ha realizzato l’inchiesta perché il problema non è il singolo caso, ma la modalità di cui questo caso è esemplificativo):
“Quell'inchiesta nasce per accendere un riflettore sul campo Panareo e al momento seppure parzialmente l'obiettivo è stato centrato. E nasce soprattutto non per perseguire o perseguitare qualcuno, che non è nostro mestiere né umana cifra, ma per illuminare quel qualcuno e per sondare le possibilità di una integrazione reale”.
Se non fosse espressione di uno sguardo profondamente asimmetrico — e, per molti aspetti, riconducibile a uno sguardo coloniale — ci sarebbe qualcosa di quasi poetico in questa idea di “inchiesta” come gesto illuminante: il salvatore, in questo caso in veste di giornalista, che arriva, accende il riflettore e — bontà sua — rende visibile “quel qualcuno”. Un’operazione quasi salvifica, verrebbe da dire.
Colpisce anche la premura nel precisare che non si intende “perseguire o perseguitare”. Ci mancherebbe. Qui non si perseguita nessuno: si illumina. È una luce selettiva, evidentemente, che non abbaglia chi la accende — perché guidata da uno sguardo già orientato — ma abbaglia chi la subisce: gli abitanti del campo, in primis, e i lettori, in secondo luogo.
E poi l’integrazione, evocata come orizzonte nobile. “Sondarne le possibilità”, si dice. Ma viene da chiedersi: questo sondaggio passa anche dall’ascolto, oppure basta puntare il riflettore, osservare, magari fotografare o fare qualche suggestiva ripresa aerea con un drone, da lontano? Qualcuno, tra gli abitanti del campo, è stato interpellato? Quante donne e quanti uomini sono stati ascoltati? Con quante famiglie si è sorseggiato un caffè per “sondare” con loro (e non per loro) quale sia un possibile percorso di inclusione? O l’idea è che la realtà si lasci comprendere semplicemente esponendola alla luce, senza il disturbo delle voci di chi la abita? Dalla ricostruzione proposta emerge soprattutto una distanza tra chi osserva e chi è osservato, più che un processo dialogico capace di includere le voci dei soggetti direttamente interessati.
Questo modo di fare inchiesta tende a risultare molto rassicurante: non disturba davvero, non mette in discussione chi guarda e, soprattutto, non rischia di complicarsi con la fatica dell’ascolto. Basta accendere la luce giusta e la realtà — docile — dovrebbe finalmente mostrarsi per quello che si è già deciso che sia.
Sebbene questo tipo di approccio non sia un’esclusiva delle cosiddette inchieste sui campi rom — si pensi alle tante iniziative analoghe che “gettano luce” sulle “periferie” o sulle “gang composte da giovani di seconda generazione” — nel caso dei luoghi identificati come campi rom si assiste a una particolare ridondanza di questo sguardo. Si tratta di narrazioni che privilegiano una prospettiva esterna, fortemente distaccata, più orientata a descrivere l’idea che si ha di un luogo che la complessità del luogo stesso.
Le modalità con cui si costruisce l’ipervisibilità mediatica che accompagna questi contesti — ampiamente documentate in letteratura e oggetto di attenzione anche da parte di istituzioni come l’UNAR e il Consiglio d’Europa — si inseriscono in un quadro più ampio, segnato dalla persistenza di forme strutturali di antiziganismo. Una forma di discriminazione che associa sistematicamente i campi — o chiunque vi abiti — alla devianza, al degrado, alla mancanza di valori. E che tende a oscurare, tanto per fare qualche esempio, i tanti giovani del Panareo che, nonostante gli effetti stigmatizzanti e le dinamiche di esclusione che il campo, in quanto dispositivo socio-spaziale, produce, hanno concluso percorsi scolastici secondari e trovato un lavoro stabile da anni, o coloro che, pur essendo nati e cresciuti all’interno del campo, hanno costruito percorsi di vita e famiglie al di fuori di esso, superando le difficoltà aggiuntive che un’istituzione totalizzante come il campo produce nei percorsi biografici.
Questa complessità, semplicemente, resta fuori: non perché non esista, ma perché difficilmente rientra in ciò che si sceglie di illuminare e forse anche perché risultano più “attrattive” narrazioni che suggeriscono connessioni implicite e non dimostrate tra episodi di cronaca e il campo Panareo.
Eppure, è proprio in questo scarto — tra ciò che si mostra e ciò che si lascia nell’ombra — che si producono le rappresentazioni che poi orientano il senso comune e gli interventi pubblici. Raccontare questi luoghi, dunque, non è mai un gesto neutro: significa contribuire a definire una certa questione in termini corretti oppure distorti e, insieme, il perimetro delle soluzioni che si riterranno possibili.

giovedì 26 marzo 2026

Antiziganismo e pregiudizio. La costruzione del “problema” Panareo nel racconto della cronaca locale

 


Antonio Ciniero


Nelle ultime settimane, sulla Gazzetta del Mezzogiorno sono stati pubblicati diversi articoli che hanno la pretesa di raccontare decenni di vita del campo sosta Panareo consegnando all’immaginario pubblico un quadro molto riduttivo, colmo di stereotipi. Il registro oscilla tra il sensazionalismo e la superficialità. Non è la prima volta e, proprio per ciò, il copione è noto.

Una narrazione che si presenta come approfondimento, persino come inchiesta, ma che in realtà funziona attraverso un meccanismo molto più semplice: accostare elementi diversi, senza esplicitarne i nessi, fino a costruire un’atmosfera di sospetto.

Il punto non è soltanto il tono - un racconto che richiama romanzi criminali già ampiamente codificati, una sorta di Gomorra in salsa salentina - ma il modo stesso in cui il problema viene costruito.

 Riporto giusto un paio di esempi:

 

“I dati raccontano di una comunità giovane, in parte nata e cresciuta a Lecce, monitorata da una rete di interventi pubblici che punta a prevenire dispersione scolastica e devianza. Resta però la necessità di comprendere fino in fondo se e quanto questa rete sia sufficiente a intercettare eventuali zone d’ombra, soprattutto alla luce delle indagini che negli ultimi anni hanno lambito l’area e i suoi collegamenti esterni. Perché tra integrazione dichiarata, stanzialità acquisita e controlli rafforzati, la vera domanda è se il campo rappresenti soltanto una periferia fragile da sostenere o anche un nodo da decifrare dentro scenari investigativi più ampi”.

 

In questo passaggio, a partire da dati su interventi sociali e processi di radicamento, si introduce il riferimento a “zone d’ombra” e “indagini”, fino a suggerire un possibile legame con scenari investigativi più ampi. Non viene affermato nulla in modo esplicito, ma si costruisce una continuità implicita tra piani diversi.

 

Un secondo esempio, ancora più esplicito:

 

“‘No riprende auto, no riprende auto!’ […] L’assalto al portavalori dello scorso 9 febbraio […] ha riacceso i riflettori su quel luogo, noto alle cronache per furti, ricettazione e spaccio di droga […] La vicenda pone interrogativi […] che fanno il paio con l’attività degli investigatori proprio all’interno e intorno a quell’area”.

 

Qui il salto è ancora più evidente: un fatto specifico, che ha avuto una certa eco mediatica — l’assalto a un portavalori sulla strada che collega Brindisi a Lecce — viene accostato al campo attraverso una sequenza di richiami (“luogo noto”, “attività investigativa”, “responsabilità diffuse”) che suggeriscono un legame senza mai dimostrarlo. Anche in questo caso, il nesso non viene argomentato o dimostrato: è semplicemente evocato con termini vaghi e allusivi.

Se si sostituisse il riferimento al campo con quello a un qualsiasi quartiere periferico di Lecce o del suo hinterland, l’effetto apparirebbe immediatamente forzato. Ed è proprio questo scarto a rendere visibile il ruolo degli stereotipi - e in particolare dell’antiziganismo - nel rendere plausibili certe associazioni.

 

Il risultato è una rappresentazione che non si limita a descrivere, ma contribuisce a produrre il problema che dichiara di osservare, rafforzando un senso comune in cui marginalità, devianza e pericolosità tendono a sovrapporsi, diventando quasi indistinguibili.

 

Si tratta di una modalità ben nota nelle scienze sociali: la costruzione di un frame emergenziale attraverso l’aggregazione arbitraria di indicatori diversi, che finiscono per essere percepiti come reciprocamente significativi anche in assenza di un nesso dimostrato.

Come ho detto, se lo stesso schema fosse applicato a una città, risulterebbe forzato. Ma, quando l’oggetto è un campo rom, quel salto logico diventa plausibile. È qui che entrano in gioco pregiudizi e stereotipi sedimentati e dispositivi discorsivi profondamente radicati: una forma di antiziganismo che non si esprime necessariamente in modo esplicito, ma opera proprio attraverso queste associazioni implicite, rendendo “naturale” ciò che in altri contesti apparirebbe arbitrario.

Il risultato è una rappresentazione che non descrive semplicemente una realtà, ma contribuisce a produrla. In questo modo, ciò che si presenta come analisi orienta lo sguardo verso la paura, più che la sicurezza e l’ordine pubblico, lasciando sullo sfondo ciò che davvero conta: le responsabilità strutturali e istituzionali che hanno costruito, nel tempo, forme di segregazione su base etnica, più volte denunciate dall’European Roma Rights Centre e ampiamente documentate dalla letteratura nazionale e internazionale sul tema che ha mostrato come proprio l’antiziganismo costituisca una chiave di lettura fondamentale per comprendere la persistenza di questi dispositivi.

Continuare a raccontare questi luoghi con queste modalità non è neutro. Significa contribuire a definire il problema in termini distorti e, di conseguenza, orientare anche le risposte pubbliche e politiche nella stessa direzione.

È una distorsione – e anche una strumentalizzazione - che dura da oltre quarant’anni, e che continua a riprodursi sempre uguale a se stessa. 


sabato 29 novembre 2025

La vicenda della casa nel bosco. Quando l’antiziganismo trova declinazione tanto a destra, quanto a sinistra…





La vicenda della casa nel bosco. Quando l’antiziganismo trova declinazione tanto a destra, quanto a sinistra…
Da diversi giorni osservo, soprattutto dalla mia bolla social, il dibattito – ma forse sarebbe più corretto dire il ciarlare – che si è aperto a proposito della vicenda che viene identificata sui media come “il caso della famiglia/casa nel bosco”.
Il racconto della vicenda è quasi sempre fatto sulla base di una retorica argomentativa tutta incentrata sulla contrapposizione tra chi sostiene e chi avversa la decisione presa dal Tribunale dei minori dell'Aquila. Mi pare che il dibattito abbia avuto una significativa polarizzazione da quando anche esponenti politici hanno preso parola sul tema…
Le motivazioni di chi sostiene l’una o l’altra “fazione”, si sa la riduzione di complessità e lo scontro agevola la condivisione di una notizia, sono le più diverse … Tra le argomentazioni che ho potuto leggere, una più delle altre ha attirato la mia attenzione: il parallelismo che viene da più parti avanzato tra condizione dei “bambini rom” e quella dei bambini della “famiglia/casa nel bosco”. Mi ha colpito perché è l’ennesima riproposizione di un radicato pregiudizio antizigano che pervade i discorsi e le pratiche tanto di chi esprime posizioni reazionarie, quanto di chi sia convinto di avere posizioni progressiste e di sinistra.
Semplificando, a destra trovo questa argomentazione: “alla famiglia nel bosco hanno sottratto i minori perché i giudici non accettavano il loro stile di vita libero e in sintonia con la natura, volevano mettere bocca su come educare i propri figli, mentre ai rom che fanno vivere i figli nei campi, in mezzo all’immondizia, che mandano i bambini a rubare invece che farli frequentare la scuola, i figli non vengono sottratti”.
In area progressista invece circola più o meno questa argomentazione: “non è vero che i bambini rom non vengano allontanati, quando i genitori li fanno vivere in condizioni pietose e senza istruzione vengono allontanati dalle loro famiglie. La vera domanda è: perché le centinaia di volte che è successo a coppie rom non era, per voi, un “attacco alla libertà di pensiero” e alla “famiglia”? Forse perché il rom non coincide col prototipo di bianco occidentale?”
Entrambe queste posizioni, che più o meno sintetizzano le diverse gradazioni del discorso antizigano che si possono leggere sull’argomento, hanno come sostrato l’idea, tacitamente accetta, che:
- esista uno stile di vita rom e che questo preveda un rapporto educativo peculiare ascrivibile proprio all’essere rom e che questo stile “non coincida col prototipo di bianco occidentale”;
- i bambini rom vivano nei campi in condizioni degradanti per scelta dei loro genitori;
- i rom non mandino i figli di scuola.
Ora, lascio perdere le argomentazioni dei destrorsi, ma almeno chi si dice progressista e di sinistra dovrebbe provare ad andare al di là del senso comune, magari guardando al di là del proprio naso!
Innanzitutto, dovrebbe essere noto, ma viste certe affermazioni giova ripeterlo, che la stragrande maggioranza dei minori rom non vive affatto in condizioni degradanti, a vivere in condizioni degradanti, non per scelta dei genitori, ma delle nostre istituzioni, sono una parte dei minori costretti a vivere nei campi. Se si confonde una parte con il tutto, non si capisce di cosa si sta parlando.
Le condizioni degradanti che vive una parte minoritaria (anche se significativa) di minori rom, dunque, non discende dal presunto stile di vita rom non conciliabile con il “prototipo di bianco occidentale”, ma dal vivere all’interno di luoghi segreganti che producono e riproducono strutturalmente dinamiche di esclusione sociale, tali luoghi, noti come campi rom, campi sosta, campi nomadi… sono stati prima costruiti e/o attrezzati e poi gestisti dalle istituzioni. Così come pure, molti degli allontanamenti dei minori rom dalla scuola negli ultimi anni sono stati conseguenza, non di una scelta dei genitori, ma di sgomberi forzati operati dalle istituzioni che non hanno offerto una alternativa alle famiglie e ai minori che pure avrebbero dovuto tutelare.
Ridurre la vita delle persone a strumento retorico delle vostre argomentazioni, contribuendo a diffondere pregiudizi, non fa di voi paladini della diversità, ma solo amplificatori di antiziganismo. Prima di dire idiozie, meglio informarsi, o, ancora meglio, fatevi una chiacchierata con chi ritenete “il non prototipo di bianco occidentale” giusto per capire quanto sia più o meno lontano dalla realtà quello che voi avete in mente! Magari così scoprirete che la stragrande maggioranza dei rom e dei sinti che vivono in questo paese (tra l’altro giusto da qualche secolo, almeno dal 1422) non vivono nei campi, i loro figli frequentano le scuole di ogni ordine e grado, frequentano le università. Magari scoprirete anche che nelle scuole frequentate dai vostri figli non solo ci sono loro compagni rom, ma che qualche loro insegnante è rom e semplicemente voi non lo sapete perché, se un rom non si comporta come voi pensate di debba comportare un rom, semplicemente non lo riconoscente…
Sono stati questi pregiudizi che nel passato recente hanno posto le basi affinché si innescassero quelle dinamiche di esclusione cristallizzate e riprodotte dai campi che, tra le altre cose, hanno contribuito a produrre uno stigma che nell’immaginario di molti, troppi, coincide con “lo stile di vita dei rom percepito come lontano dallo stile di vita del bianco occidentale”.
La realtà è più complessa del modo in cui i pregiudizi la dipingono e, soprattutto, per non cadere nella trappola del razzismo differenzialista dovremmo ricordarci che spesso si prova a far passare per delle “accettabili differenze culturali”, quelle che sono in realtà inaccettabili ineguaglianze sociali!


lunedì 25 agosto 2025

Jerry Essan Maslo. Una storia italiana

 


di Antonio Ciniero

La notte tra il 24 e il 25 agosto veniva assassinato Jerry Essan Maslo. 

Alla vicenda di Masslo, le teche rai hanno dedicato uno spazio che raccoglie interviste e spezzoni di programmi dell’epoca che parlarono della vicenda. Il titolo è infelice “La guerra di Masslo” (Masslo non ha fatto una guerra, semmai la guerra è stata fatta a Masslo e ai tanti che hanno provato a costruire un futuro lontano dal posto in cui sono nati da leggi ingiuste e liberticide), ma i materiali sono interessanti. 

Se avrete la pazienza di vederli e ascoltarli vi sembrerà di vivere un déjà vu, oltre che la storia Masslo, dell’Italia di quell’epoca, vedrete molto di quello che ancora oggi accade. 


Qui il link al sito della rai

domenica 9 febbraio 2025

Almasri, non è che un ingranaggio. Chi oggi è all’opposizione conservi la stessa indignazione per chiedere un cambio (radicale!) delle politiche migratorie Italiane ed Europee.

 



Negli ultimi dieci anni hanno governato un po’ tutti (governi tecnici, centro sinistra, gialloverdi, centro destra, destra centro…) e, nonostante ciò, l’approccio di fondo alla gestione degli ingressi per chi proviene da Paesi non Comunitari è rimasto, sostanzialmente, lo stesso. È un approccio caratterizzato da assenza di prospettive ragionevoli e rispettose dei diritti umani e dalla scomparsa dal dibattito pubblico degli elementi strutturali che caratterizzano gli ingressi e la permanenza in Italia dei nuovi cittadini. 


Non solo in questi anni il tema generale del riconoscimento dei diritti ai cittadini stranieri è progressivamente scomparso dal dibattito pubblico, ma perfino un tema basilare come quello legato alla programmazione degli ingressi che consentano la libertà di movimento e il rispetto della vita umana è venuto meno. In questo ultimo decennio si è continuato a operare in maniera “strutturalmente emergenziale”, prova ne sia, tra le altre cose, la progressiva diminuzione delle (già insufficienti e inadeguate) quote di ingresso annualmente previste per motivazioni lavorative. Una diminuzione che ha costretto moltissimi a trovare modalità alternative per raggiungere l’Italia…. 


L’aumento del numero delle persone costrette all’irregolarità di ingresso o a modalità improprie è un fenomeno noto e studiato da tempo. In questi ultimi dieci anni, per esempio, al calo drastico degli ingressi per motivazioni lavorative è corrisposto un innalzamento repentino degli ingressi per richiesta di protezione (si veda grafico 1) alla quale, nei fatti, ha dovuto ricorrere, pur di avere un titolo di soggiorno, anche chi era alla ricerca di un lavoro e che non avrebbe voluto essere inserito all’interno del sistema di accoglienza italiano. Centinai di miglia di persone costrette da leggi inumane a viaggi pericolosissimi. 


Anche a causa di questa scellerata gestione, il numero degli uomini e delle donne morte in mare che dal 2014 al 2024 hanno provato a raggiungere l’Italia lungo la rotta del Mediterraneo centrale ha raggiunto la drammatica cifra di circa 24 mila persone (si veda grafico 2). 

Queste 24 mila persone sono tutte vite immolate per la “ragion di Stato”, la stessa che si invoca oggi per giustificare il rilascio e l’accompagnamento su un volo di Stato di un criminale come Almasri, spietato ingranaggio di un meccanismo molto più ampio che chiama in causa responsabilità dirette dei Paesi Europei, in primis l’Italia, e della stessa UE che continua a guardare con favore alle cosiddette politiche di esternalizzazione dei controlli dei flussi che, in maniera più brutale e meno politicamente corretto, dovrebbero essere chiamate politiche di subappalto del lavoro sporco. 


Chi oggi in Parlamento grida giustamente la propria indignazione per quanto avvenuto con il rilascio di Almasri, conservi quella stessa indignazione contro le politiche che il proprio partito, quando ha avuto responsabilità di governo, ha avvallato e di cui Almasri non è che una diretta espressione. Almasri è il volto, è l’esecutore di quelle violenze, ma i “mandanti “sono altri e, per citare De Andrè, per quanto quei mandanti si credano assolti, saranno per sempre coinvolti!





Fonte Istat. anni 2012-2023, mia elaborazione.






Fonte IOM. Anni 2014-2024, mia elaborazione


mercoledì 25 settembre 2024

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito…

 



di Antonio Ciniero

«È da ritenersi che i decreti flussi siano stati utilizzati come meccanismo per consentire l’accesso in Italia a persone che non ne avrebbero avuto diritto»

È la dichiarazione del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Alfredo Mantovano che campeggia da due giorni sui quotidiani italiani.
Spiace, ma non sorprende, che l’attuale esecutivo non sia in grado di andare oltre la mera propaganda!
Il problema centrale nella governance degli ingressi per motivi di lavoro sono proprio i decreti flussi così come sono strutturati dal 2002, quando, con la Legge 189 del 2002, si è previsto un meccanismo irrealistico e impraticabile: quello dell’incontro a livello internazionale tra domanda e offerta di lavoro. Non occorre aver letto le ricerche di Granovetter o la mole delle analisi accumulate nel corso degli ultimi vent’anni, per sapere che il lavoro si trova stando sul territorio, attraverso i legami sociali che le persone costruiscono. Il mercato del lavoro è “embeddedness”, radicato nelle relazioni sociali, come ha mostrato Karl Polanyi ne “La grande trasformazione”.

Tra l’altro, la denuncia che i decreti flussi rischiano di trasformassi in una “modalità regolare di ingressi clandestini”, ultima perla di chi oggi governa il Paese, non è suffragata dai dati, essendo chi presenta domande tramite il famigerato “click day”, nella maggiorparte dei casi, già sul territorio, costretto all’irregolarità proprio dai meccanismi strutturali della legge 189 del 2002, la cosiddetta Bossi-Fini.

Se si vuole fare in modo che i decreti flussi non producano più irregolarità non c’è che un modo, abolirli, abbandonare l’irrealistico presupposto dell’incontro tra domanda e lavoro a livello internazionale, introducendo modalità razionali e praticabili, come quella del permesso di soggiorno per ricerca di lavoro valido sull’intero territorio dell’UE, diversamente i flussi saranno condannati all’irregolarità come è avvenuto in tutti questi anni, deprivando di diritti le persone e facendo un gran regalo a chi da questa irregolarità ci guadagna: in primis, chi sfrutta il lavoro e chi sui “pericolosi clandestini” costruisce le sue fortune elettorali!