di Antonio Ciniero
Uno spazio di riflessione sui processi migratori e le interazioni che innescano nelle società contemporanee.
Propone articoli di approfondimento sulle condizioni sociali e lavorative dei cittadini immigrati e dei rifugiati,
i mutamenti socio-economici che interessano il mercato del lavoro, i processi di impoverimento e di esclusione sociale,
le pratiche e le relazioni di potere che connotano la costruzione dell’alterità.
di Antonio Ciniero
Antonio Ciniero
Nelle ultime
settimane, sulla Gazzetta del Mezzogiorno sono stati pubblicati diversi
articoli che hanno la pretesa di raccontare decenni di vita del campo sosta
Panareo consegnando all’immaginario pubblico un quadro molto riduttivo, colmo
di stereotipi. Il registro oscilla tra il sensazionalismo e la superficialità.
Non è la prima volta e, proprio per ciò, il copione è noto.
Una narrazione
che si presenta come approfondimento, persino come inchiesta, ma che in realtà
funziona attraverso un meccanismo molto più semplice: accostare elementi
diversi, senza esplicitarne i nessi, fino a costruire un’atmosfera di sospetto.
Il punto non è
soltanto il tono - un racconto che richiama romanzi criminali già ampiamente
codificati, una sorta di Gomorra in salsa salentina - ma il modo stesso
in cui il problema viene costruito.
Riporto giusto un paio di esempi:
“I dati
raccontano di una comunità giovane, in parte nata e cresciuta a Lecce,
monitorata da una rete di interventi pubblici che punta a prevenire dispersione
scolastica e devianza. Resta però la necessità di comprendere fino in fondo se
e quanto questa rete sia sufficiente a intercettare eventuali zone d’ombra,
soprattutto alla luce delle indagini che negli ultimi anni hanno lambito l’area
e i suoi collegamenti esterni. Perché tra integrazione dichiarata, stanzialità
acquisita e controlli rafforzati, la vera domanda è se il campo rappresenti
soltanto una periferia fragile da sostenere o anche un nodo da decifrare dentro
scenari investigativi più ampi”.
In questo
passaggio, a partire da dati su interventi sociali e processi di radicamento,
si introduce il riferimento a “zone d’ombra” e “indagini”, fino a suggerire un
possibile legame con scenari investigativi più ampi. Non viene affermato nulla
in modo esplicito, ma si costruisce una continuità implicita tra piani diversi.
Un secondo
esempio, ancora più esplicito:
“‘No riprende
auto, no riprende auto!’ […] L’assalto al portavalori dello scorso 9 febbraio
[…] ha riacceso i riflettori su quel luogo, noto alle cronache per furti,
ricettazione e spaccio di droga […] La vicenda pone interrogativi […] che fanno
il paio con l’attività degli investigatori proprio all’interno e intorno a
quell’area”.
Qui il salto è
ancora più evidente: un fatto specifico, che ha avuto una certa eco mediatica —
l’assalto a un portavalori sulla strada che collega Brindisi a Lecce — viene
accostato al campo attraverso una sequenza di richiami (“luogo noto”, “attività
investigativa”, “responsabilità diffuse”) che suggeriscono un legame senza mai
dimostrarlo. Anche in questo caso, il nesso non viene argomentato o dimostrato:
è semplicemente evocato con termini vaghi e allusivi.
Se si
sostituisse il riferimento al campo con quello a un qualsiasi quartiere
periferico di Lecce o del suo hinterland, l’effetto apparirebbe immediatamente
forzato. Ed è proprio questo scarto a rendere visibile il ruolo degli
stereotipi - e in particolare dell’antiziganismo - nel rendere plausibili certe
associazioni.
Il risultato è
una rappresentazione che non si limita a descrivere, ma contribuisce a produrre
il problema che dichiara di osservare, rafforzando un senso comune in cui
marginalità, devianza e pericolosità tendono a sovrapporsi, diventando quasi
indistinguibili.
Si tratta di
una modalità ben nota nelle scienze sociali: la costruzione di un frame
emergenziale attraverso l’aggregazione arbitraria di indicatori diversi, che
finiscono per essere percepiti come reciprocamente significativi anche in
assenza di un nesso dimostrato.
Come ho detto,
se lo stesso schema fosse applicato a una città, risulterebbe forzato. Ma,
quando l’oggetto è un campo rom, quel salto logico diventa plausibile. È qui
che entrano in gioco pregiudizi e stereotipi sedimentati e dispositivi
discorsivi profondamente radicati: una forma di antiziganismo che non si
esprime necessariamente in modo esplicito, ma opera proprio attraverso queste
associazioni implicite, rendendo “naturale” ciò che in altri contesti apparirebbe
arbitrario.
Il risultato è
una rappresentazione che non descrive semplicemente una realtà, ma contribuisce
a produrla. In questo modo, ciò che si presenta come analisi orienta lo sguardo
verso la paura, più che la sicurezza e l’ordine pubblico, lasciando sullo
sfondo ciò che davvero conta: le responsabilità strutturali e istituzionali che
hanno costruito, nel tempo, forme di segregazione su base etnica, più volte
denunciate dall’European Roma Rights Centre e ampiamente documentate dalla
letteratura nazionale e internazionale sul tema che ha mostrato come proprio
l’antiziganismo costituisca una chiave di lettura fondamentale per comprendere
la persistenza di questi dispositivi.
Continuare a
raccontare questi luoghi con queste modalità non è neutro. Significa
contribuire a definire il problema in termini distorti e, di conseguenza,
orientare anche le risposte pubbliche e politiche nella stessa direzione.
È una
distorsione – e anche una strumentalizzazione - che dura da oltre quarant’anni,
e che continua a riprodursi sempre uguale a se stessa.
La notte tra il 24 e il 25 agosto veniva assassinato Jerry Essan Maslo.
Alla vicenda di Masslo, le teche rai hanno dedicato uno spazio che raccoglie interviste e spezzoni di programmi dell’epoca che parlarono della vicenda. Il titolo è infelice “La guerra di Masslo” (Masslo non ha fatto una guerra, semmai la guerra è stata fatta a Masslo e ai tanti che hanno provato a costruire un futuro lontano dal posto in cui sono nati da leggi ingiuste e liberticide), ma i materiali sono interessanti.
Se avrete la pazienza di vederli e ascoltarli vi sembrerà di vivere un déjà vu, oltre che la storia Masslo, dell’Italia di quell’epoca, vedrete molto di quello che ancora oggi accade.
Negli ultimi dieci anni hanno governato un po’ tutti (governi tecnici, centro sinistra, gialloverdi, centro destra, destra centro…) e, nonostante ciò, l’approccio di fondo alla gestione degli ingressi per chi proviene da Paesi non Comunitari è rimasto, sostanzialmente, lo stesso. È un approccio caratterizzato da assenza di prospettive ragionevoli e rispettose dei diritti umani e dalla scomparsa dal dibattito pubblico degli elementi strutturali che caratterizzano gli ingressi e la permanenza in Italia dei nuovi cittadini.
Non solo in questi anni il tema generale del riconoscimento dei diritti ai cittadini stranieri è progressivamente scomparso dal dibattito pubblico, ma perfino un tema basilare come quello legato alla programmazione degli ingressi che consentano la libertà di movimento e il rispetto della vita umana è venuto meno. In questo ultimo decennio si è continuato a operare in maniera “strutturalmente emergenziale”, prova ne sia, tra le altre cose, la progressiva diminuzione delle (già insufficienti e inadeguate) quote di ingresso annualmente previste per motivazioni lavorative. Una diminuzione che ha costretto moltissimi a trovare modalità alternative per raggiungere l’Italia….
L’aumento del numero delle persone costrette all’irregolarità di ingresso o a modalità improprie è un fenomeno noto e studiato da tempo. In questi ultimi dieci anni, per esempio, al calo drastico degli ingressi per motivazioni lavorative è corrisposto un innalzamento repentino degli ingressi per richiesta di protezione (si veda grafico 1) alla quale, nei fatti, ha dovuto ricorrere, pur di avere un titolo di soggiorno, anche chi era alla ricerca di un lavoro e che non avrebbe voluto essere inserito all’interno del sistema di accoglienza italiano. Centinai di miglia di persone costrette da leggi inumane a viaggi pericolosissimi.
Anche a causa di questa scellerata gestione, il numero degli uomini e delle donne morte in mare che dal 2014 al 2024 hanno provato a raggiungere l’Italia lungo la rotta del Mediterraneo centrale ha raggiunto la drammatica cifra di circa 24 mila persone (si veda grafico 2).
Queste 24 mila persone sono tutte vite immolate per la “ragion di Stato”, la stessa che si invoca oggi per giustificare il rilascio e l’accompagnamento su un volo di Stato di un criminale come Almasri, spietato ingranaggio di un meccanismo molto più ampio che chiama in causa responsabilità dirette dei Paesi Europei, in primis l’Italia, e della stessa UE che continua a guardare con favore alle cosiddette politiche di esternalizzazione dei controlli dei flussi che, in maniera più brutale e meno politicamente corretto, dovrebbero essere chiamate politiche di subappalto del lavoro sporco.
Chi oggi in Parlamento grida giustamente la propria indignazione per quanto avvenuto con il rilascio di Almasri, conservi quella stessa indignazione contro le politiche che il proprio partito, quando ha avuto responsabilità di governo, ha avvallato e di cui Almasri non è che una diretta espressione. Almasri è il volto, è l’esecutore di quelle violenze, ma i “mandanti “sono altri e, per citare De Andrè, per quanto quei mandanti si credano assolti, saranno per sempre coinvolti!
Fonte Istat. anni 2012-2023, mia elaborazione.
Fonte IOM. Anni 2014-2024, mia elaborazione
di Antonio Ciniero