Leggo le dichiarazioni del sindaco di Taranto Piero Bitetti,
favorevole al tetto agli studenti stranieri nelle classi e al divieto del
burqa. «Rispetto massimo di tutti i popoli che accogliamo», afferma, «ma penso
che le nostre regole, le nostre abitudini, le nostre tradizioni vadano
rispettate».
Sarebbe facile liquidarle come vuota e pericolosa retorica
demagogica. Vale invece la pena prenderle sul serio. Soprattutto perché
provengono da un esponente di un partito che si definisce democratico e, ancora
di più, perché a pronunciarle è il sindaco di Taranto: lo stesso che, di fronte
all’assassinio di Bakary Sako, scelse di leggere quella violenza soprattutto
attraverso le categorie del disagio sociale e della devianza giovanile, senza
interrogarsi pubblicamente fino in fondo sulla sua dimensione razzista.
Partiamo dai numeri. Nell’anno scolastico 2024/2025, in
tutta la provincia di Taranto gli studenti con cittadinanza non italiana sono 1.990
su 74.755: il 2,7% del totale, contro il 4% della Puglia e l’11,9% dell’Italia.
E c’è un dato ancora più significativo: la metà, 996, è nata in Italia. Nella
scuola dell’infanzia gli studenti con cittadinanza non italiana sono appena il
3,2% e il 70,3% di loro è nato in Italia.
E qui le possibilità sono due: o il sindaco non conosce la
realtà sulla quale interviene, oppure la conosce e sceglie comunque di
rappresentarla in modo distorto. Non so quale delle due ipotesi sia più grave.
Ma riesce a fare ancora peggio. Sostiene che «aumentare in
maniera esponenziale la presenza di altre nazionalità» rischierebbe di
«compromettere i nostri ragazzi che fanno fatica a mantenere il passo». E a
sostegno cita i numeri dell’immigrazione in Italia: 65.000 persone nel 2024,
66.000 nel 2025.
Ma che cosa c’entrano questi numeri con gli studenti
stranieri nelle scuole?
Si sovrappongono flussi migratori nazionali e popolazione
scolastica, fenomeni e popolazioni statistiche differenti. Gli arrivi in Italia
non ci dicono quanti studenti stranieri siedano nelle classi italiane, e ancor
meno in quelle tarantine, quale sia il loro percorso scolastico o quale
conoscenza abbiano dell’italiano.
I dati pertinenti esistono: a Taranto gli studenti con
cittadinanza non italiana sono il 2,7% e la metà è nata in Italia. Altro che
aumento “esponenziale”.
E soprattutto: chi sono “i nostri ragazzi”? Molti di quelli
che continuiamo a classificare come “stranieri” sono nati qui, frequentano le
nostre scuole dall’infanzia, parlano italiano, crescono nelle nostre città.
Sono, come scrivevo qualche giorno fa, stranieri per legge, italiani nella vita.
Questo non significa negare che nelle scuole possano
esistere difficoltà linguistiche o situazioni di svantaggio. Significa
affrontarle per ciò che sono. Se il problema è linguistico, si potenzia
l’italiano L2; se è sociale, si interviene sulle disuguaglianze; se esistono
fenomeni di segregazione scolastica, se ne affrontano le cause. La cittadinanza
è un indicatore assai povero del bisogno educativo.
E poi c’è il burqa. Il sindaco ne propone il divieto nelle
scuole. Sarebbe interessante sapere: quanti casi di studentesse con il burqa
sono stati registrati nelle scuole italiane? E a Taranto? Uno? Dieci? Cento?
Nessuno!
Prima di proporre una soluzione, un amministratore dovrebbe
almeno verificare l’esistenza e la consistenza del problema. Altrimenti il
dubbio è legittimo: stiamo governando un fenomeno o lo stiamo costruendo
politicamente?
Ed è questo il punto che trovo più grave. L’espressione “i
popoli che accogliamo”, contrapposta alle “nostre regole, nostre abitudini,
nostre tradizioni”, costruisce un noi, proprietario simbolico della
città e della sua cultura, e un loro, accolto e chiamato ad adeguarsi. Ma
i bambini nati a Taranto da genitori stranieri non sono un popolo che Taranto
sta accogliendo. Sono bambini che a Taranto stanno crescendo.
Ed è difficile non ripensare all’assassinio di Bakary Sako.
A maggio avevo scritto della “parola che manca”,
interrogandomi sulla difficoltà delle istituzioni di nominare fino in fondo ciò
che quella morte ci costringeva a guardare. Bakary viveva e lavorava in questo
territorio. Rifiutarsi persino di interrogarsi sulla dimensione razzista di
quella violenza significa rifiutarsi di vedere una parte della realtà.
E oggi ritroviamo nel discorso pubblico quella stessa linea
di separazione: “noi” e “loro”, “i nostri ragazzi” e gli studenti stranieri,
“le nostre tradizioni” e quelle dei “popoli che accogliamo”.
Le istituzioni, con le politiche e con le parole,
contribuiscono a costruire i confini simbolici della comunità: chi sta dentro
il “noi” e chi continua a essere rappresentato come “altro”.
A volte basta persino un pronome possessivo: “i nostri
ragazzi”. Partiamo da qui: quei 1.990 studenti con cittadinanza non italiana
che frequentano le scuole della provincia di Taranto, compresi i 996 nati in
Italia, sono anch’essi i nostri ragazzi.
Non perché qualcuno abbia deciso generosamente di
accoglierli. Ma perché fanno già parte della società in cui viviamo. Piaccia o
meno al signor sindaco o al signor ministro.