di Antonio Ciniero
Ritorno sulle parole della
premier e sulle sue farneticazioni a proposito di scuola solo perché credo sia
opportuno mettere in fila qualche dato, per mostrare, qualora ce ne fosse
ancora bisogno, l’inconsistenza di certe affermazioni e l’assoluta strumentalizzazione
della vita delle persone, persino dei bambini, per il proprio ignobile
tornaconto politico.
Secondo i dati del Ministero
dell’Istruzione e del Merito (sì, negli anni hanno avuto pure il coraggio di
aggiungere “merito”… e togliere “pubblica”), che si presuppone conosca anche la
premier, la realtà è un po’ diversa da quella raccontata dalla propaganda.
Andiamo con ordine e vediamo cosa
è successo negli ultimi dieci anni, giusto per prendere in considerazione un
periodo sufficientemente lungo.
Nell’anno scolastico 2014/2015
gli studenti iscritti nelle scuole italiane erano complessivamente 8.886.076,
di cui 814.187 con cittadinanza non italiana, pari al 9,2% del totale. Dieci
anni dopo, nell’a.s. 2024/2025, la popolazione scolastica complessiva è scesa a
7.899.593 studenti, mentre quelli con cittadinanza non italiana sono saliti a
936.359, pari all’11,9% del totale.
In dieci anni, quindi, la scuola
italiana ha perso quasi un milione di studenti: 986.483 per la
precisione, una diminuzione dell’11,1%. Nello stesso periodo gli studenti con
cittadinanza non italiana sono invece aumentati di poco più di 122 mila unità.
Già questo dato dovrebbe
suggerire qualche riflessione. La popolazione scolastica italiana si sta
riducendo in maniera molto consistente e la presenza degli studenti con
cittadinanza non italiana contribuisce, almeno in parte, a contenere questa
diminuzione. Se guardiamo ai soli studenti con cittadinanza italiana, infatti,
la contrazione è ancora maggiore: in dieci anni sono diminuiti di oltre 1,1
milioni.
Ma il dato più significativo è un
altro. Dei 936.359 studenti con cittadinanza non italiana presenti nelle nostre
scuole nell’anno scolastico 2024/2025, 604.397 sono nati in Italia. Parliamo
del 64,5% del totale. In altre parole, quasi due studenti su tre tra quelli che
continuiamo a definire “stranieri” sono nati in Italia. E non si tratta neppure
di un fenomeno recente. Dieci anni fa gli studenti con cittadinanza non
italiana nati nel nostro Paese erano 450.362 e rappresentavano già il 55,3% del
totale degli studenti “stranieri”. Oggi sono oltre 604 mila.
Vale la pena fermarsi su questo
dato.
Quando parliamo di “studenti
stranieri”, infatti, stiamo utilizzando una categoria amministrativa, non
stiamo necessariamente descrivendo una condizione migratoria. Quasi due su tre
di questi bambini e ragazzi non sono immigrati in Italia: in Italia ci sono
nati. Qui sono cresciuti, qui sono andati all’asilo, qui frequentano la scuola,
qui hanno costruito le loro amicizie e le loro relazioni, qui stanno facendo
sostanzialmente tutta la loro esperienza di vita.
Eppure per l’Italia sono
“stranieri”. È questo, forse, il dato che più di ogni altro mostra quanto sia
surreale il dibattito politico di questi giorni. Si discute di quanti
“stranieri” possano stare in una classe senza chiedersi neppure chi siano gli
“stranieri” di cui stiamo parlando.
Perché se quasi due su tre sono
nati in Italia, il problema non è l’arrivo improvviso nelle scuole italiane di
una massa di bambini provenienti da chissà dove. Il punto è molto più semplice:
la società italiana è cambiata, le sue scuole sono cambiate, la composizione
delle nuove generazioni è cambiata. È la politica, semmai, che continua
ostinatamente a raccontare un Paese che non esiste più.
Se centinaia di migliaia di
bambini e ragazzi nati e cresciuti in Italia continuano a essere classificati
come “stranieri”, forse bisognerebbe finalmente interrogarsi non su quanti di
loro possano stare in una classe, ma sulla legge che continua a considerarli
stranieri.
La legge che disciplina la
cittadinanza italiana è ancora, nel suo impianto fondamentale, la legge n. 91
del 1992. Una legge approvata trentaquattro anni fa, quando l’Italia era un
Paese profondamente diverso da quello di oggi, e costruita attribuendo un ruolo
centrale alla discendenza: è cittadino per nascita, salvo casi particolari, chi
nasce da padre o madre cittadini italiani.
Una legge vecchia, inadeguata e
ormai anacronistica rispetto alla società che dovrebbe regolare. Una legge che
produce una distanza sempre più evidente tra appartenenza sociale e
appartenenza giuridica, continuando a considerare stranieri bambini e ragazzi
che sono nati e cresciuti qui.
Che la destra nazionalista oggi
al governo non abbia alcun interesse ad andare in questa direzione non
sorprende: la contrapposizione tra “italiani” e “stranieri” è da anni uno dei
terreni sui quali costruisce una parte importante della propria narrazione
politica. Ma sarebbe troppo facile fermarsi alla destra. La legge è del 1992.
Da allora anche il centrosinistra ha governato il Paese per diverse
legislature. Nel 2015 una riforma della cittadinanza fu approvata dalla Camera,
ma non diventò mai legge: il provvedimento arrivò al Senato e lì terminò il
proprio percorso con la fine della legislatura nel 2017. Il risultato, quello
che conta, è che la legge del 1992 è ancora lì.
E viene difficile non notare come
una parte della sinistra sembri riscoprire periodicamente la necessità di
riformare la legge sulla cittadinanza solo quando è all’opposizione, mentre
quando governa la questione diventa improvvisamente meno urgente. Un problema
che, peraltro, va ben oltre le politiche migratorie: troppo spesso, invece di
costruire un’alternativa riconoscibile, la sinistra ha finito per inseguire la
destra sul suo terreno, dalle migrazioni alla sicurezza, fino alle politiche
del lavoro e alla sua progressiva precarizzazione.
Eppure un’alternativa dovrebbe
servire esattamente a questo: proporre un’altra idea di società.
Una società capace di guardare
ciò che esiste invece di inventare continuamente nemici; capace di riconoscere
come parte di sé chi qui nasce, cresce, studia e costruisce il proprio futuro;
una società più equa e più giusta, nella quale i diritti non dipendano dal
sangue, dal cognome o dall’origine dei propri genitori.
Una società, insomma, nella quale
nessuno debba crescere sentendosi straniero nel Paese in cui è nato e che
considera casa propria.