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venerdì 27 marzo 2026

Sempre a proposito di antiziganismo e cronaca locale: quando “fare luce” significa selezionare cosa vedere

 


di Antonio Ciniero

C’è un modo ricorrente di intendere l’“inchiesta” come gesto che “fa luce”. La luce però può essere selettiva, orientata, capace di confermare più che interrogare, a partire da ciò che si sceglie di illuminare. È proprio in questa selettività dello sguardo — spesso inconsapevole — che l’antiziganismo si insinua e si riproduce. Quando poi questo sguardo entra nella costruzione del discorso pubblico, l’attenzione non è più solo opportuna, ma necessaria.
Scrive sulla sua pagina pubblica chi ha realizzato l’“inchiesta” dedicata al — cito da sottotitolo di uno degli articoli — “famigerato” campo Panareo della città di Lecce, pubblicata a puntate sulle pagine de La Gazzetta del Mezzogiorno, in cui mi sono imbattuto nell’ambito di un lavoro di analisi su come l’antiziganismo informi il discorso pubblico (non riporto il nome di chi ha realizzato l’inchiesta perché il problema non è il singolo caso, ma la modalità di cui questo caso è esemplificativo):
“Quell'inchiesta nasce per accendere un riflettore sul campo Panareo e al momento seppure parzialmente l'obiettivo è stato centrato. E nasce soprattutto non per perseguire o perseguitare qualcuno, che non è nostro mestiere né umana cifra, ma per illuminare quel qualcuno e per sondare le possibilità di una integrazione reale”.
Se non fosse espressione di uno sguardo profondamente asimmetrico — e, per molti aspetti, riconducibile a uno sguardo coloniale — ci sarebbe qualcosa di quasi poetico in questa idea di “inchiesta” come gesto illuminante: il salvatore, in questo caso in veste di giornalista, che arriva, accende il riflettore e — bontà sua — rende visibile “quel qualcuno”. Un’operazione quasi salvifica, verrebbe da dire.
Colpisce anche la premura nel precisare che non si intende “perseguire o perseguitare”. Ci mancherebbe. Qui non si perseguita nessuno: si illumina. È una luce selettiva, evidentemente, che non abbaglia chi la accende — perché guidata da uno sguardo già orientato — ma abbaglia chi la subisce: gli abitanti del campo, in primis, e i lettori, in secondo luogo.
E poi l’integrazione, evocata come orizzonte nobile. “Sondarne le possibilità”, si dice. Ma viene da chiedersi: questo sondaggio passa anche dall’ascolto, oppure basta puntare il riflettore, osservare, magari fotografare o fare qualche suggestiva ripresa aerea con un drone, da lontano? Qualcuno, tra gli abitanti del campo, è stato interpellato? Quante donne e quanti uomini sono stati ascoltati? Con quante famiglie si è sorseggiato un caffè per “sondare” con loro (e non per loro) quale sia un possibile percorso di inclusione? O l’idea è che la realtà si lasci comprendere semplicemente esponendola alla luce, senza il disturbo delle voci di chi la abita? Dalla ricostruzione proposta emerge soprattutto una distanza tra chi osserva e chi è osservato, più che un processo dialogico capace di includere le voci dei soggetti direttamente interessati.
Questo modo di fare inchiesta tende a risultare molto rassicurante: non disturba davvero, non mette in discussione chi guarda e, soprattutto, non rischia di complicarsi con la fatica dell’ascolto. Basta accendere la luce giusta e la realtà — docile — dovrebbe finalmente mostrarsi per quello che si è già deciso che sia.
Sebbene questo tipo di approccio non sia un’esclusiva delle cosiddette inchieste sui campi rom — si pensi alle tante iniziative analoghe che “gettano luce” sulle “periferie” o sulle “gang composte da giovani di seconda generazione” — nel caso dei luoghi identificati come campi rom si assiste a una particolare ridondanza di questo sguardo. Si tratta di narrazioni che privilegiano una prospettiva esterna, fortemente distaccata, più orientata a descrivere l’idea che si ha di un luogo che la complessità del luogo stesso.
Le modalità con cui si costruisce l’ipervisibilità mediatica che accompagna questi contesti — ampiamente documentate in letteratura e oggetto di attenzione anche da parte di istituzioni come l’UNAR e il Consiglio d’Europa — si inseriscono in un quadro più ampio, segnato dalla persistenza di forme strutturali di antiziganismo. Una forma di discriminazione che associa sistematicamente i campi — o chiunque vi abiti — alla devianza, al degrado, alla mancanza di valori. E che tende a oscurare, tanto per fare qualche esempio, i tanti giovani del Panareo che, nonostante gli effetti stigmatizzanti e le dinamiche di esclusione che il campo, in quanto dispositivo socio-spaziale, produce, hanno concluso percorsi scolastici secondari e trovato un lavoro stabile da anni, o coloro che, pur essendo nati e cresciuti all’interno del campo, hanno costruito percorsi di vita e famiglie al di fuori di esso, superando le difficoltà aggiuntive che un’istituzione totalizzante come il campo produce nei percorsi biografici.
Questa complessità, semplicemente, resta fuori: non perché non esista, ma perché difficilmente rientra in ciò che si sceglie di illuminare e forse anche perché risultano più “attrattive” narrazioni che suggeriscono connessioni implicite e non dimostrate tra episodi di cronaca e il campo Panareo.
Eppure, è proprio in questo scarto — tra ciò che si mostra e ciò che si lascia nell’ombra — che si producono le rappresentazioni che poi orientano il senso comune e gli interventi pubblici. Raccontare questi luoghi, dunque, non è mai un gesto neutro: significa contribuire a definire una certa questione in termini corretti oppure distorti e, insieme, il perimetro delle soluzioni che si riterranno possibili.

giovedì 26 marzo 2026

Antiziganismo e pregiudizio. La costruzione del “problema” Panareo nel racconto della cronaca locale

 


Antonio Ciniero


Nelle ultime settimane, sulla Gazzetta del Mezzogiorno sono stati pubblicati diversi articoli che hanno la pretesa di raccontare decenni di vita del campo sosta Panareo consegnando all’immaginario pubblico un quadro molto riduttivo, colmo di stereotipi. Il registro oscilla tra il sensazionalismo e la superficialità. Non è la prima volta e, proprio per ciò, il copione è noto.

Una narrazione che si presenta come approfondimento, persino come inchiesta, ma che in realtà funziona attraverso un meccanismo molto più semplice: accostare elementi diversi, senza esplicitarne i nessi, fino a costruire un’atmosfera di sospetto.

Il punto non è soltanto il tono - un racconto che richiama romanzi criminali già ampiamente codificati, una sorta di Gomorra in salsa salentina - ma il modo stesso in cui il problema viene costruito.

 Riporto giusto un paio di esempi:

 

“I dati raccontano di una comunità giovane, in parte nata e cresciuta a Lecce, monitorata da una rete di interventi pubblici che punta a prevenire dispersione scolastica e devianza. Resta però la necessità di comprendere fino in fondo se e quanto questa rete sia sufficiente a intercettare eventuali zone d’ombra, soprattutto alla luce delle indagini che negli ultimi anni hanno lambito l’area e i suoi collegamenti esterni. Perché tra integrazione dichiarata, stanzialità acquisita e controlli rafforzati, la vera domanda è se il campo rappresenti soltanto una periferia fragile da sostenere o anche un nodo da decifrare dentro scenari investigativi più ampi”.

 

In questo passaggio, a partire da dati su interventi sociali e processi di radicamento, si introduce il riferimento a “zone d’ombra” e “indagini”, fino a suggerire un possibile legame con scenari investigativi più ampi. Non viene affermato nulla in modo esplicito, ma si costruisce una continuità implicita tra piani diversi.

 

Un secondo esempio, ancora più esplicito:

 

“‘No riprende auto, no riprende auto!’ […] L’assalto al portavalori dello scorso 9 febbraio […] ha riacceso i riflettori su quel luogo, noto alle cronache per furti, ricettazione e spaccio di droga […] La vicenda pone interrogativi […] che fanno il paio con l’attività degli investigatori proprio all’interno e intorno a quell’area”.

 

Qui il salto è ancora più evidente: un fatto specifico, che ha avuto una certa eco mediatica — l’assalto a un portavalori sulla strada che collega Brindisi a Lecce — viene accostato al campo attraverso una sequenza di richiami (“luogo noto”, “attività investigativa”, “responsabilità diffuse”) che suggeriscono un legame senza mai dimostrarlo. Anche in questo caso, il nesso non viene argomentato o dimostrato: è semplicemente evocato con termini vaghi e allusivi.

Se si sostituisse il riferimento al campo con quello a un qualsiasi quartiere periferico di Lecce o del suo hinterland, l’effetto apparirebbe immediatamente forzato. Ed è proprio questo scarto a rendere visibile il ruolo degli stereotipi - e in particolare dell’antiziganismo - nel rendere plausibili certe associazioni.

 

Il risultato è una rappresentazione che non si limita a descrivere, ma contribuisce a produrre il problema che dichiara di osservare, rafforzando un senso comune in cui marginalità, devianza e pericolosità tendono a sovrapporsi, diventando quasi indistinguibili.

 

Si tratta di una modalità ben nota nelle scienze sociali: la costruzione di un frame emergenziale attraverso l’aggregazione arbitraria di indicatori diversi, che finiscono per essere percepiti come reciprocamente significativi anche in assenza di un nesso dimostrato.

Come ho detto, se lo stesso schema fosse applicato a una città, risulterebbe forzato. Ma, quando l’oggetto è un campo rom, quel salto logico diventa plausibile. È qui che entrano in gioco pregiudizi e stereotipi sedimentati e dispositivi discorsivi profondamente radicati: una forma di antiziganismo che non si esprime necessariamente in modo esplicito, ma opera proprio attraverso queste associazioni implicite, rendendo “naturale” ciò che in altri contesti apparirebbe arbitrario.

Il risultato è una rappresentazione che non descrive semplicemente una realtà, ma contribuisce a produrla. In questo modo, ciò che si presenta come analisi orienta lo sguardo verso la paura, più che la sicurezza e l’ordine pubblico, lasciando sullo sfondo ciò che davvero conta: le responsabilità strutturali e istituzionali che hanno costruito, nel tempo, forme di segregazione su base etnica, più volte denunciate dall’European Roma Rights Centre e ampiamente documentate dalla letteratura nazionale e internazionale sul tema che ha mostrato come proprio l’antiziganismo costituisca una chiave di lettura fondamentale per comprendere la persistenza di questi dispositivi.

Continuare a raccontare questi luoghi con queste modalità non è neutro. Significa contribuire a definire il problema in termini distorti e, di conseguenza, orientare anche le risposte pubbliche e politiche nella stessa direzione.

È una distorsione – e anche una strumentalizzazione - che dura da oltre quarant’anni, e che continua a riprodursi sempre uguale a se stessa. 


sabato 29 novembre 2025

La vicenda della casa nel bosco. Quando l’antiziganismo trova declinazione tanto a destra, quanto a sinistra…





La vicenda della casa nel bosco. Quando l’antiziganismo trova declinazione tanto a destra, quanto a sinistra…
Da diversi giorni osservo, soprattutto dalla mia bolla social, il dibattito – ma forse sarebbe più corretto dire il ciarlare – che si è aperto a proposito della vicenda che viene identificata sui media come “il caso della famiglia/casa nel bosco”.
Il racconto della vicenda è quasi sempre fatto sulla base di una retorica argomentativa tutta incentrata sulla contrapposizione tra chi sostiene e chi avversa la decisione presa dal Tribunale dei minori dell'Aquila. Mi pare che il dibattito abbia avuto una significativa polarizzazione da quando anche esponenti politici hanno preso parola sul tema…
Le motivazioni di chi sostiene l’una o l’altra “fazione”, si sa la riduzione di complessità e lo scontro agevola la condivisione di una notizia, sono le più diverse … Tra le argomentazioni che ho potuto leggere, una più delle altre ha attirato la mia attenzione: il parallelismo che viene da più parti avanzato tra condizione dei “bambini rom” e quella dei bambini della “famiglia/casa nel bosco”. Mi ha colpito perché è l’ennesima riproposizione di un radicato pregiudizio antizigano che pervade i discorsi e le pratiche tanto di chi esprime posizioni reazionarie, quanto di chi sia convinto di avere posizioni progressiste e di sinistra.
Semplificando, a destra trovo questa argomentazione: “alla famiglia nel bosco hanno sottratto i minori perché i giudici non accettavano il loro stile di vita libero e in sintonia con la natura, volevano mettere bocca su come educare i propri figli, mentre ai rom che fanno vivere i figli nei campi, in mezzo all’immondizia, che mandano i bambini a rubare invece che farli frequentare la scuola, i figli non vengono sottratti”.
In area progressista invece circola più o meno questa argomentazione: “non è vero che i bambini rom non vengano allontanati, quando i genitori li fanno vivere in condizioni pietose e senza istruzione vengono allontanati dalle loro famiglie. La vera domanda è: perché le centinaia di volte che è successo a coppie rom non era, per voi, un “attacco alla libertà di pensiero” e alla “famiglia”? Forse perché il rom non coincide col prototipo di bianco occidentale?”
Entrambe queste posizioni, che più o meno sintetizzano le diverse gradazioni del discorso antizigano che si possono leggere sull’argomento, hanno come sostrato l’idea, tacitamente accetta, che:
- esista uno stile di vita rom e che questo preveda un rapporto educativo peculiare ascrivibile proprio all’essere rom e che questo stile “non coincida col prototipo di bianco occidentale”;
- i bambini rom vivano nei campi in condizioni degradanti per scelta dei loro genitori;
- i rom non mandino i figli di scuola.
Ora, lascio perdere le argomentazioni dei destrorsi, ma almeno chi si dice progressista e di sinistra dovrebbe provare ad andare al di là del senso comune, magari guardando al di là del proprio naso!
Innanzitutto, dovrebbe essere noto, ma viste certe affermazioni giova ripeterlo, che la stragrande maggioranza dei minori rom non vive affatto in condizioni degradanti, a vivere in condizioni degradanti, non per scelta dei genitori, ma delle nostre istituzioni, sono una parte dei minori costretti a vivere nei campi. Se si confonde una parte con il tutto, non si capisce di cosa si sta parlando.
Le condizioni degradanti che vive una parte minoritaria (anche se significativa) di minori rom, dunque, non discende dal presunto stile di vita rom non conciliabile con il “prototipo di bianco occidentale”, ma dal vivere all’interno di luoghi segreganti che producono e riproducono strutturalmente dinamiche di esclusione sociale, tali luoghi, noti come campi rom, campi sosta, campi nomadi… sono stati prima costruiti e/o attrezzati e poi gestisti dalle istituzioni. Così come pure, molti degli allontanamenti dei minori rom dalla scuola negli ultimi anni sono stati conseguenza, non di una scelta dei genitori, ma di sgomberi forzati operati dalle istituzioni che non hanno offerto una alternativa alle famiglie e ai minori che pure avrebbero dovuto tutelare.
Ridurre la vita delle persone a strumento retorico delle vostre argomentazioni, contribuendo a diffondere pregiudizi, non fa di voi paladini della diversità, ma solo amplificatori di antiziganismo. Prima di dire idiozie, meglio informarsi, o, ancora meglio, fatevi una chiacchierata con chi ritenete “il non prototipo di bianco occidentale” giusto per capire quanto sia più o meno lontano dalla realtà quello che voi avete in mente! Magari così scoprirete che la stragrande maggioranza dei rom e dei sinti che vivono in questo paese (tra l’altro giusto da qualche secolo, almeno dal 1422) non vivono nei campi, i loro figli frequentano le scuole di ogni ordine e grado, frequentano le università. Magari scoprirete anche che nelle scuole frequentate dai vostri figli non solo ci sono loro compagni rom, ma che qualche loro insegnante è rom e semplicemente voi non lo sapete perché, se un rom non si comporta come voi pensate di debba comportare un rom, semplicemente non lo riconoscente…
Sono stati questi pregiudizi che nel passato recente hanno posto le basi affinché si innescassero quelle dinamiche di esclusione cristallizzate e riprodotte dai campi che, tra le altre cose, hanno contribuito a produrre uno stigma che nell’immaginario di molti, troppi, coincide con “lo stile di vita dei rom percepito come lontano dallo stile di vita del bianco occidentale”.
La realtà è più complessa del modo in cui i pregiudizi la dipingono e, soprattutto, per non cadere nella trappola del razzismo differenzialista dovremmo ricordarci che spesso si prova a far passare per delle “accettabili differenze culturali”, quelle che sono in realtà inaccettabili ineguaglianze sociali!


lunedì 25 agosto 2025

Jerry Essan Maslo. Una storia italiana

 


di Antonio Ciniero

La notte tra il 24 e il 25 agosto veniva assassinato Jerry Essan Maslo. 

Alla vicenda di Masslo, le teche rai hanno dedicato uno spazio che raccoglie interviste e spezzoni di programmi dell’epoca che parlarono della vicenda. Il titolo è infelice “La guerra di Masslo” (Masslo non ha fatto una guerra, semmai la guerra è stata fatta a Masslo e ai tanti che hanno provato a costruire un futuro lontano dal posto in cui sono nati da leggi ingiuste e liberticide), ma i materiali sono interessanti. 

Se avrete la pazienza di vederli e ascoltarli vi sembrerà di vivere un déjà vu, oltre che la storia Masslo, dell’Italia di quell’epoca, vedrete molto di quello che ancora oggi accade. 


Qui il link al sito della rai

domenica 9 febbraio 2025

Almasri, non è che un ingranaggio. Chi oggi è all’opposizione conservi la stessa indignazione per chiedere un cambio (radicale!) delle politiche migratorie Italiane ed Europee.

 



Negli ultimi dieci anni hanno governato un po’ tutti (governi tecnici, centro sinistra, gialloverdi, centro destra, destra centro…) e, nonostante ciò, l’approccio di fondo alla gestione degli ingressi per chi proviene da Paesi non Comunitari è rimasto, sostanzialmente, lo stesso. È un approccio caratterizzato da assenza di prospettive ragionevoli e rispettose dei diritti umani e dalla scomparsa dal dibattito pubblico degli elementi strutturali che caratterizzano gli ingressi e la permanenza in Italia dei nuovi cittadini. 


Non solo in questi anni il tema generale del riconoscimento dei diritti ai cittadini stranieri è progressivamente scomparso dal dibattito pubblico, ma perfino un tema basilare come quello legato alla programmazione degli ingressi che consentano la libertà di movimento e il rispetto della vita umana è venuto meno. In questo ultimo decennio si è continuato a operare in maniera “strutturalmente emergenziale”, prova ne sia, tra le altre cose, la progressiva diminuzione delle (già insufficienti e inadeguate) quote di ingresso annualmente previste per motivazioni lavorative. Una diminuzione che ha costretto moltissimi a trovare modalità alternative per raggiungere l’Italia…. 


L’aumento del numero delle persone costrette all’irregolarità di ingresso o a modalità improprie è un fenomeno noto e studiato da tempo. In questi ultimi dieci anni, per esempio, al calo drastico degli ingressi per motivazioni lavorative è corrisposto un innalzamento repentino degli ingressi per richiesta di protezione (si veda grafico 1) alla quale, nei fatti, ha dovuto ricorrere, pur di avere un titolo di soggiorno, anche chi era alla ricerca di un lavoro e che non avrebbe voluto essere inserito all’interno del sistema di accoglienza italiano. Centinai di miglia di persone costrette da leggi inumane a viaggi pericolosissimi. 


Anche a causa di questa scellerata gestione, il numero degli uomini e delle donne morte in mare che dal 2014 al 2024 hanno provato a raggiungere l’Italia lungo la rotta del Mediterraneo centrale ha raggiunto la drammatica cifra di circa 24 mila persone (si veda grafico 2). 

Queste 24 mila persone sono tutte vite immolate per la “ragion di Stato”, la stessa che si invoca oggi per giustificare il rilascio e l’accompagnamento su un volo di Stato di un criminale come Almasri, spietato ingranaggio di un meccanismo molto più ampio che chiama in causa responsabilità dirette dei Paesi Europei, in primis l’Italia, e della stessa UE che continua a guardare con favore alle cosiddette politiche di esternalizzazione dei controlli dei flussi che, in maniera più brutale e meno politicamente corretto, dovrebbero essere chiamate politiche di subappalto del lavoro sporco. 


Chi oggi in Parlamento grida giustamente la propria indignazione per quanto avvenuto con il rilascio di Almasri, conservi quella stessa indignazione contro le politiche che il proprio partito, quando ha avuto responsabilità di governo, ha avvallato e di cui Almasri non è che una diretta espressione. Almasri è il volto, è l’esecutore di quelle violenze, ma i “mandanti “sono altri e, per citare De Andrè, per quanto quei mandanti si credano assolti, saranno per sempre coinvolti!





Fonte Istat. anni 2012-2023, mia elaborazione.






Fonte IOM. Anni 2014-2024, mia elaborazione


mercoledì 25 settembre 2024

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito…

 



di Antonio Ciniero

«È da ritenersi che i decreti flussi siano stati utilizzati come meccanismo per consentire l’accesso in Italia a persone che non ne avrebbero avuto diritto»

È la dichiarazione del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Alfredo Mantovano che campeggia da due giorni sui quotidiani italiani.
Spiace, ma non sorprende, che l’attuale esecutivo non sia in grado di andare oltre la mera propaganda!
Il problema centrale nella governance degli ingressi per motivi di lavoro sono proprio i decreti flussi così come sono strutturati dal 2002, quando, con la Legge 189 del 2002, si è previsto un meccanismo irrealistico e impraticabile: quello dell’incontro a livello internazionale tra domanda e offerta di lavoro. Non occorre aver letto le ricerche di Granovetter o la mole delle analisi accumulate nel corso degli ultimi vent’anni, per sapere che il lavoro si trova stando sul territorio, attraverso i legami sociali che le persone costruiscono. Il mercato del lavoro è “embeddedness”, radicato nelle relazioni sociali, come ha mostrato Karl Polanyi ne “La grande trasformazione”.

Tra l’altro, la denuncia che i decreti flussi rischiano di trasformassi in una “modalità regolare di ingressi clandestini”, ultima perla di chi oggi governa il Paese, non è suffragata dai dati, essendo chi presenta domande tramite il famigerato “click day”, nella maggiorparte dei casi, già sul territorio, costretto all’irregolarità proprio dai meccanismi strutturali della legge 189 del 2002, la cosiddetta Bossi-Fini.

Se si vuole fare in modo che i decreti flussi non producano più irregolarità non c’è che un modo, abolirli, abbandonare l’irrealistico presupposto dell’incontro tra domanda e lavoro a livello internazionale, introducendo modalità razionali e praticabili, come quella del permesso di soggiorno per ricerca di lavoro valido sull’intero territorio dell’UE, diversamente i flussi saranno condannati all’irregolarità come è avvenuto in tutti questi anni, deprivando di diritti le persone e facendo un gran regalo a chi da questa irregolarità ci guadagna: in primis, chi sfrutta il lavoro e chi sui “pericolosi clandestini” costruisce le sue fortune elettorali!


sabato 21 settembre 2024

Insicurezza, discriminazione e deprivazione dei diritti. In Italia va in onda sempre lo stesso copione




di Antonio Ciniero

Ritorna, puntuale come sempre, la discussione sull’allarme sicurezza, anche questa volta la fonte di insicurezza per milioni di italiani non è la precarizzazione della condizione lavorativa, la precarizzazione delle vite dei più giovani, costrette ad essere continuamente rimandate, per dirla con le parole di Luciano Gallino, non è la guerra, l’aggressione alla popolazione palestinese, la fonte di insicurezza  per gli italiani sarebbe rappresentata dalle “borseggiatrici” (declinato quasi sempre, guarda caso, al femminile…). 
Tutti nei dibatti pubblici (politici e massmediatici) sono d’accordo sul fatto che un problema sicurezza esiste, ma nessuno utilizza dati o fonti per avvalorare questa affermazione…, il fenomeno viene presentato come autoevidente, lapalissiano…, bisogna crederci sulla fiducia, perché lo sanno tutti che è così… 

Quando il dibattito pubblico viene declinato in questo modo, quando è concentrato su un inesistente problema sicurezza (come quello dei presunti borseggi) solo due cose sono certe che avverano nel giro di poco tempo: 

1) l’emanazione di interventi che in nome della sicurezza restringeranno i diritti e le libertà per tutti, basti vedere il testo del Ddl 1660 in discussione in parlamento sul tema, che arriva a prevedere la possibilità di rinchiudere in carcere anche bambini di un appena un anno e criminalizza ogni forma di conflitto sociale; 

2) la creazione di un capro espiatorio su cui scaricare odio, rabbia e frustrazione, questo in realtà è un processo già in atto, non sono pochi gli atti di discriminazione che nei casi più gravi sono divenuti vere e proprie aggressioni nei confronti di donne additate come “borseggiatrici”. È almeno da ottobre 2022, che trasmissioni di vario genere, che vanno dall’intrattenimento all’approfondimento giornalistico, dedicano ampio spazio a riproporre in modo allarmistico uno dei temi tipici in cui si esprime l’antiziganismo: il binomio “rom/sicurezza”, dedicando ampi spazi al tema delle “borseggiatrici rom”, come si legge nei titoli in sovraimpressione, giovani ragazze e addirittura bambine descritte come ladre seriali pronte a derubare e a tenere in scacco passeggeri e turisti della metro di Roma o Milano. Corollario del racconto mediatico, il fatto che resterebbero impunite proprio perché rom. Immagini televisive e discorsi online, la cui diffusione è amplificata dalle migliaia di condivisioni sui social-network, contribuiscono così a rinsaldare e diffondere, da un lato, un clima di paura, dall’altro discriminazione, in questo caso sottoforma di antiziganismo.  È un clima pericoloso e da non sottovalutare, una situazione simile a quella a cui stiamo assistendo si è già verificata nel 2008 e portò, addirittura, all’emanazione dello stato di emergenza con tutto quello che ne è conseguito sul piano della mortificazione dei diritti.