di Antonio Ciniero
Lo scorso anno, con l’improvvisa
scomparsa della professoressa Monica McBritton abbiamo perso una studiosa rigorosa
e di grande livello. Ho avuto la fortuna di incrociare il percorso umano e
scientifico di Monica nel lontano 2007, quando coordinava una ricerca dal
titolo “La discriminazione etnica nel lavoro pubblico e privato: monitoraggio
ed effettività delle tutele”. Era una delle prime ricerche, se non la prima in
assoluto, a cui ho preso parte. E non è un dettaglio secondario: perché
quell’esperienza, per molti versi fondativa anche per il mio percorso, portava
già dentro alcuni dei nodi che Monica avrebbe continuato a interrogare con
grande coerenza negli anni successivi: non solo studiare le regole, ma
interrogarsi, e impegnarsi in prima persona, sempre in relazione con altri,
affinché tali regole avessero carattere emancipativo.
Da allora, non ricordo nemmeno
più quante siano state le occasioni di confronto e di ricerca condivisa. Ciò
che però ricordo con chiarezza è la qualità di questi incontri: la capacità di
Monica di tenere insieme profondità analitica e attenzione concreta alle
condizioni reali delle persone; il suo modo di attraversare i dispositivi
giuridici senza mai perderne di vista gli effetti sociali; la sua attitudine a
porre domande scomode, senza indulgere in semplificazioni.
Monica McBritton ha dedicato i
suoi studi al diritto del lavoro, con una particolare attenzione alle forme di
contrasto dello sfruttamento e alla relazione, tutt’altro che lineare, tra
diritto del lavoro e diritto delle migrazioni. Ed è proprio qui che il suo
lavoro continua a interpellarci in modo diretto. Perché ci ha insegnato che lo
sfruttamento non può essere letto soltanto come deviazione o illegalità, ma
come un fenomeno che si annida anche dentro le pieghe della regolazione, nelle
asimmetrie tra status giuridici, nelle condizioni di accesso differenziato
ai diritti.
In questo senso, il suo
contributo è stato prezioso anche per chi, come me, si occupa di sfruttamento
lavorativo e caporalato da una propstettiva sociologica. Monica ha sempre insistito su un punto cruciale: che
la vulnerabilità non è un dato naturale, ma una condizione spesso prodotta – o
quantomeno amplificata – da assetti normativi e istituzionali. E che proprio
per questo, il contrasto allo sfruttamento non può limitarsi alla repressione,
ma deve interrogare in profondità il modo in cui il diritto costruisce,
distribuisce o nega protezione.
Allo studio, Monica ha sempre
affiancato un impegno concreto nell’associazionismo e nel sindacato. Non come
dimensione separata, ma come prosecuzione naturale del suo lavoro di ricerca.
C’era, nel suo percorso, una coerenza rara: tra ciò che studiava, ciò che
insegnava e ciò che praticava. L’idea di una società più equa, più giusta, in
cui – come amava dire – nessuno fosse straniero, non era per lei uno slogan, ma
un orizzonte di impegno civile e politico, perché il suo modo di fare ricerca
era già, in sé, una forma di impegno, e il suo impegno era sempre profondamente
intrecciato, prima ancora che informato, con il lavoro scientifico
Ricordarla oggi significa allora
non soltanto restituire il profilo di una studiosa rigorosa e appassionata, ma
anche assumere, almeno in parte, la responsabilità di proseguire nell’intento
di porre domande, specie quelle scomode, quelle che mettono in luce gli intrecci
perversi che generano asimmetrie di potere e forme di sfruttamento. Dobbiamo continuare
a interrogare, come faceva Monica, il rapporto tra diritto e disuguaglianza,
tra lavoro e cittadinanza, tra inclusione formale e condizioni materiali di vita.
Per chi ha avuto la fortuna di
lavorare con lei, resta anche qualcosa di più intimo e difficile da dire: un
modo di stare nella ricerca e nelle relazioni che lascia traccia. Una misura,
un’attenzione, una serietà che non erano mai distanti dalla profonda umanità
con cui Monica attraversava il mondo.