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venerdì 12 giugno 2026

Non stiamo ad aspettare: muoviamoci. Oggi entra in vigore il Patto europeo su migrazioni e asilo


 

di Antonio Ciniero


Oggi entra in vigore il Patto europeo su migrazioni e asilo, adottato nel maggio 2024. Così si legge, a caratteri cubitali, sulla pagina della rappresentanza italiana della Commissione europea.

Questo quanto viene riportato trionfalmente:

“Il patto sancisce la revisione del quadro dell'UE in materia di migrazione e asilo e costituisce ora il fulcro del nuovo approccio dell'UE in materia di migrazione. Per la prima volta l'UE dispone di un quadro globale in materia di migrazione e asilo, con una forte protezione delle frontiere esterne, norme eque e rigorose in materia di asilo e un equilibrio tra solidarietà e responsabilità”.

La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato:

“La migrazione è una sfida europea che deve essere affrontata con una soluzione europea. Una soluzione che deve essere efficace, equa e ferma. Ed è proprio questo il risultato del patto sulla migrazione e l'asilo: frontiere esterne più sicure, solidarietà tra gli Stati membri e procedure di asilo e rimpatrio più efficienti. Per affrontare insieme le cause profonde della migrazione, continuiamo a rafforzare le nostre relazioni con i partner globali”.

Tradotto: non cambia nulla in positivo. Si esaspereranno ulteriormente quei dispositivi di esclusione che, dagli accordi di Schengen a oggi, hanno caratterizzato l'approccio europeo alle migrazioni.

Quando si parla di “frontiere più sicure”, non si intende rendere più sicure le frontiere per chi cerca protezione, asilo o semplicemente la possibilità di costruirsi una vita degna in un luogo diverso da quello che la sorte ha assegnato come Paese di nascita. Non si intende proteggere chi fugge da contesti resi invivibili da guerre, disuguaglianze e processi di impoverimento che le politiche globali hanno contribuito ad alimentare.

“Frontiere sicure” continua a significare ciò che ha significato finora: più morti nel Mediterraneo, più violenze e vessazioni nei centri di detenzione e tortura attivi o che verranno attivati nei cosiddetti Paesi terzi sicuri, ai quali si continuerà a subappaltare il lavoro sporco. Significa più irregolarità, funzionale sia allo sfruttamento lavorativo sia alla costruzione di consenso politico da parte di chi continua a lucrare sulla negazione dei diritti. A pagarne il prezzo saranno innanzitutto le persone migranti, ma anche il resto della società.

L'Unione europea non ha aperto un “nuovo capitolo” sulla migrazione e l'asilo, come viene proclamato. Ha aperto, semmai, un nuovo capitolo nella progressiva erosione dei diritti.

Per comprendere pienamente gli effetti del Patto servirà tempo. La sua entrata in vigore non produrrà conseguenze immediate. Occorrerà attendere che i singoli Stati adottino i regolamenti necessari a renderlo operativo: dovranno definire i criteri per stabilire chi è vulnerabile e chi non lo è, individuare le procedure di frontiera e predisporre le nuove strutture destinate a renderle operati, di fatto si dovranno creare nuovi lager!

In questo quadro, l'Italia avrà un ruolo centrale, anche per la sua posizione geografica. È destinata a diventare uno dei principali Paesi di attuazione delle nuove procedure di frontiera e delle strutture previste dal Patto.

Non stiamo parlando di un avanzamento dei diritti, ma del rischio concreto di moltiplicare luoghi di confinamento e sospensione delle garanzie fondamentali, spazi in cui vite e diritti potranno essere ulteriormente mortificati.

Non aspettiamo che tutto questo si realizzi. Muoviamoci. Non possiamo permettere che avvenga sotto i nostri occhi restando fermi e inermi.

 


domenica 10 maggio 2026

L’omicidio di Bakary Sako e la normalizzazione della violenza razzista



di Antonio Ciniero

L’Italia continua ad attraversare una stagione di violenza razzista e autoritaria che non si può continuare a leggere come una sequenza di episodi isolati, scollegati tra loro, frutto di devianze individuali o di improvvise esplosioni di follia. La morte di Bakary Sako, ucciso a Taranto mentre si apprestava ad andare a lavorare, si colloca dentro una trama molto più ampia, profonda e strutturale. Una trama fatta di parole, campagne politiche, dispositivi giuridici, rappresentazioni mediatiche, pratiche istituzionali e forme quotidiane di disumanizzazione che, da anni, attraversano l’Europa e, in modo sempre più evidente, l’Italia.
Come accadde dopo la strage di Macerata del 2018, quando Luca Traini, ex candidato della Lega Nord alle elezioni comunali di Corridonia, attraversò la città sparando deliberatamente contro persone nere e migranti, ferendo sei giovani africani al grido di “Viva l’Italia” e accompagnando la propria azione con il saluto romano, anche oggi il rischio è quello di ridurre tutto a una questione di ordine pubblico, di disagio sociale indistinto o di marginalità individuale. Quella strage rappresentò uno spartiacque simbolico e politico: mostrò in maniera brutale come il razzismo potesse tradursi apertamente in violenza armata dentro uno spazio pubblico europeo, alimentato da anni di campagne securitarie, criminalizzazione dei migranti e retoriche identitarie costruite attorno alla figura dello “straniero invasore”. Eppure, anche allora, una parte del dibattito pubblico tentò di isolare il gesto dal clima politico e culturale che lo aveva reso possibile.
La violenza non nasce mai nel vuoto. Viene preparata, alimentata, resa possibile da un clima culturale e politico che costruisce continuamente nemici interni, individua bersagli vulnerabili e normalizza l’idea che alcune vite valgano meno di altre.
Non è un caso che, nelle ore immediatamente successive all’omicidio, ci sia stato chi ha tentato rapidamente di derubricare quanto accaduto a una generica “lite tra stranieri”, secondo un copione già visto molte volte: minimizzare, confondere, depoliticizzare, impedire che emergano le matrici profonde della violenza. Eppure, proprio grazie alla preziosa testimonianza dell’associazione Babele, che ha restituito pubblicamente il volto, la storia e la dignità di Bakary Sako, sta emergendo in queste ore un’altra verità. Quella di un giovane lavoratore accerchiato e aggredito da ragazzi del posto, alcuni, sembrerebbe, giovanissimi, addirittura minorenni. Un elemento che dovrebbe interrogarci ancora più profondamente sul clima culturale e sociale dentro cui stanno crescendo intere generazioni, abituate sempre più spesso a considerare lo straniero come un bersaglio, una presenza inferiore, un corpo sacrificabile.
Bakary Sako non è morto soltanto per mano dei suoi aggressori. È morto dentro un Paese che da anni produce dispositivi materiali e simbolici di inferiorizzazione dei cittadini stranieri. È morto dentro un sistema che continua a considerare le migrazioni non come una questione sociale, umana e politica, ma come una minaccia permanente da contenere, sorvegliare e respingere. È morto dentro una società che si abitua progressivamente all’idea che lo sfruttamento, la segregazione abitativa, la precarietà estrema e perfino la morte di uomini e donne migranti siano un prezzo inevitabile dell’ordine sociale.
La violenza razzista non si manifesta soltanto nei delitti di sangue. Si manifesta nelle baraccopoli dove migliaia di braccianti sopravvivono senza acqua, elettricità, trasporti e assistenza sanitaria. Si manifesta nei CPR, luoghi di detenzione amministrativa dove persone che non hanno commesso alcun reato vengono private della libertà personale. Si manifesta nei naufragi del Mediterraneo, nelle torture sistematiche subite in Libia da uomini e donne bloccati grazie agli accordi stipulati dall’Europa e dall’Italia. Si manifesta nelle campagne mediatiche costruite quotidianamente contro lo “straniero invasore”, contro il richiedente asilo, contro il povero trasformato in colpevole.
Il razzismo contemporaneo non è soltanto odio esplicito. È soprattutto un dispositivo politico e culturale che organizza gerarchie tra vite degne e vite sacrificabili. Produce distanza morale, abitua all’indifferenza, trasforma la sofferenza altrui in rumore di fondo. È questo il terreno su cui maturano le aggressioni, i pestaggi, gli omicidi.
Per questo la morte di Bakary Sako riguarda la qualità della nostra democrazia, il modello di società che stiamo costruendo, il confine sempre più fragile tra diritto e arbitrio.
Continuare a parlare genericamente di emergenza sicurezza significa nascondere il vero problema: l’insicurezza prodotta da un sistema che precarizza il lavoro, distrugge welfare e legami sociali, impoverisce interi territori e poi scarica paure e frustrazioni contro i più deboli. Lo straniero diventa così il bersaglio perfetto su cui proiettare ansie collettive costruite dentro decenni di disuguaglianze e politiche neoliberiste.
E allora bisogna tornare ancora una volta al volto e alla storia di Bakary Sako. Un giovane uomo partito dal Mali, che aveva attraversato il mare sfidando la morte, le frontiere militarizzate, le politiche disumane costruite dall’Europa e dall’Italia per impedire la mobilità dei poveri del mondo. Aveva affrontato ciò che migliaia di persone affrontano ogni anno: deserti, violenze, respingimenti, lager libici, il rischio concreto di morire nel Mediterraneo. Non per inseguire privilegi, ma per lavorare, sostenere la propria famiglia, costruire una possibilità di vita dignitosa.
Ed è qui che ha trovato la morte. Non in mare. Non nel deserto. Ma in Italia, mentre si preparava ad andare a lavorare nei campi, a guadagnare pochi soldi attraverso uno dei lavori più duri del nostro sistema economico. 
C’è qualcosa di terribile e profondamente simbolico in tutto questo. Un uomo sopravvissuto alle frontiere della Fortezza Europa viene ucciso dentro i confini di quella stessa Europa che continua a proclamarsi culla dei diritti umani. È una contraddizione che dovrebbe interrogare tutti: le istituzioni, la politica, i media, la società civile.
Perché la morte di Bakary Sako non è soltanto il prodotto della violenza di chi lo ha aggredito. È anche il risultato di un clima costruito giorno dopo giorno, di un linguaggio che disumanizza, di politiche che trasformano i migranti in problemi di ordine pubblico, di dispositivi che producono esclusione, ricattabilità e marginalità sociale.
Finché continueremo a leggere queste morti come eccezioni e non come il prodotto ordinario di un sistema sociale e politico, continueremo ad arrivare sempre troppo tardi: dopo l’ennesima aggressione, dopo l’ennesimo corpo, dopo l’ennesima vita considerata sacrificabile.


 

sabato 25 aprile 2026

Decreto sicurezza o insicurezza per decreto? Come si riducono i diritti di tutti, iniziando dal ridurli ai cittadini stranieri.

 


di Antonio Ciniero


Il cosiddetto decreto sicurezza approvato oggi produce almeno tre effetti rilevanti.

1) Il consolidamento di un paradigma fondato sul contenimento e sul controllo.

2) Il rafforzamento delle frontiere interne: non più soltanto gestione dei confini esterni, ma organizzazione interna delle popolazioni migranti attraverso dispositivi amministrativi, detentivi e procedurali.

3) La stabilizzazione dell’eccezione: deroghe estese fino al 2028 e ricorso sistematico al decreto-legge contribuiscono a legittimare una (non) emergenza che si conferma struttura ordinaria di governo.

L’adozione dell’ennesimo decreto sicurezza alla vigilia del 25 aprile non è un dettaglio neutro. È una scelta che produce uno scarto evidente tra il significato pubblico di quella data — la liberazione dal nazifascismo e l'affermazione dei principi costituzionali — e un intervento normativo che, in più punti, comprime garanzie, amplia spazi di eccezione e rafforza dispositivi di controllo di ispirazione chiaramente fascista. Più che una coincidenza, appare come una frattura simbolica: da un lato la memoria di un ordinamento fondato sui diritti, dall’altro l’estensione di strumenti che tendono a sospenderli, almeno per alcuni.

È nei Centri Per il Rimpatrio — nei loro meccanismi di espansione, gestione e regolazione — che questa trasformazione appare nella sua forma più nitida. Se si vuole cogliere il senso profondo del decreto, è nella disciplina della (non) accoglienza, e in particolare negli interventi che riguardano i Centri di permanenza per il rimpatrio, che bisogna guardare.

1. Espansione dei CPR e deroga all’ordinamento ordinario.

Il passaggio più significativo è contenuto nell’articolo 30, che autorizza il Ministero dell’interno, fino al 31 dicembre 2028, a derogare alle disposizioni di legge — con l’eccezione di quelle penali, antimafia e dell’Unione europea — per la realizzazione, ristrutturazione e gestione dei centri. Non si tratta di una semplice accelerazione amministrativa, ma di una sospensione selettiva dell’ordinamento ordinario in un ambito estremamente sensibile: quello della detenzione amministrativa degli stranieri.

Le deroghe possono incidere su:

-procedure di appalto e affidamento, con possibili riduzioni di trasparenza e concorrenza;

- vincoli urbanistici e autorizzativi;

- standard ordinari di gestione e controllo dei servizi.

L’effetto è duplice: da un lato si accelera la costruzione e l’ampliamento dei CPR; dall’altro si istituisce uno spazio giuridico eccezionale, in cui le garanzie sono compresse in nome dell’urgenza. In questo quadro, la detenzione amministrativa tende a consolidarsi non come misura residuale, ma come infrastruttura stabile di governo della mobilità.

2. Affidamenti diretti e gestione opaca.

Questa logica si rafforza con l’articolo 32, che consente l’affidamento diretto alla Croce Rossa Italiana delle attività definite “umanitarie” nei CPR, sempre fino al 2028.

Il nodo non è tanto il soggetto, quanto il meccanismo:

- si bypassano procedure trasparenti;

- si concentra la gestione in pochi attori;

- si riduce la tracciabilità pubblica delle scelte.

Il rischio, molto concreto, è quello di una esternalizzazione poco trasparente della gestione di spazi di sospensione del diritto, in cui soggetti a vocazione umanitaria operano dentro dispositivi detentivi che negano l'essenza stessa dell'umanità, con una tensione strutturale tra funzione assistenziale e funzione di controllo che sarà sempre più schiacciata sul secondo polo.

3. Incentivi economici e rimpatrio “assistito”.

L’articolo 30-bis, così come modificato a seguito delle osservazioni della Presidenza della Repubblica, interviene sui programmi di rimpatrio volontario assistito ridimensionando alcuni degli elementi più critici presenti nella versione originaria. In particolare, il compenso previsto (circa 615 euro) non è più riconosciuto esclusivamente agli avvocati né subordinato all’effettiva partenza dello straniero, ma viene corrisposto per ogni pratica seguita, indipendentemente dall’esito. Inoltre, viene eliminato il coinvolgimento diretto del Consiglio Nazionale Forense nel pagamento dei compensi.

Queste modifiche attenuano il rischio più evidente di una remunerazione direttamente legata al rimpatrio, che avrebbe potuto creare un incentivo distorto verso la conclusione della procedura. Tuttavia, resta una questione di fondo: l’introduzione di un meccanismo economico all’interno di un ambito così delicato continua a produrre una possibile ambiguità tra tutela dei diritti e gestione amministrativa delle partenze.

Anche in assenza di un legame diretto tra compenso ed esito, il dispositivo rischia comunque di orientare le pratiche verso una logica di gestione del rimpatrio più che di pieno accompagnamento giuridico, soprattutto in contesti segnati da vulnerabilità e asimmetrie informative.

4. Notifiche via PEC e accesso effettivo ai diritti.

La possibilità di notificare atti anche via PEC apparentemente è solo una misura tecnica, ma nella prassi solleverà una questione sostanziale: quanto è effettivamente accessibile questo strumento per i destinatari?

In contesti segnati da precarietà abitativa, fragilità linguistica e discontinuità amministrativa, la digitalizzazione delle notifiche può tradursi in una riduzione concreta delle garanzie procedurali, rendendo più difficile esercitare il diritto di difesa nei tempi previsti.

5. Accesso alla giustizia e fine del patrocinio automatico.

Il quadro si completa con l’abolizione del gratuito patrocinio automatico per i ricorsi contro l’espulsione.

La conseguenza è chiara: l’accesso alla giustizia viene subordinato alla capacità economica. Si tratta di un passaggio critico perché incide direttamente su:

- il diritto di difesa (art. 24 Cost.);

- l’effettività della tutela giurisdizionale;

- l’uguaglianza sostanziale.

La giustizia sarà così sempre più selettiva, in sfregio della frase che campeggia in tutti i tribunali italiani "La legge è uguale per tutti", perchè saranno proprio i soggetti più vulnerabili che incontreranno maggiori ostacoli nell’attivare le garanzie previste dall’ordinamento.

Più che un intervento emergenziale, il decreto consolida un modello: la gestione della migrazione come questione di sicurezza, affidata a strumenti eccezionali che tendono a diventare permanenti.

Il punto più delicato non è tanto e solo ciò che queste norme producono oggi, ma ciò che renderanno possibile domani: uno slittamento progressivo del confine tra diritto e amministrazione, tra garanzia e controllo.

Ed è proprio da qui che la questione smette di riguardare soltanto i cittadini stranieri. Perché quando una garanzia viene compressa ai margini, non resta mai confinata lì: tende, nel tempo, a ridefinire l’intero spazio dei diritti e, purtroppo, non dovremo molto... basti vedere gli articoli che comprimono le libertà personali in occasione di manifestazioni presenti in questo stesso decreto. La direzione è chiara, a noi, ai cittadini, ai presidi di democrazia, il compito di invertire la rotta!


domenica 31 marzo 2024

Le politiche dell’esclusione. Centri di accoglienza, ghetti agricoli e campi rom in Italia

 E' appena uscito per Meltemi il ultimo libro: Le politiche dell’esclusione. Centri di accoglienza, ghetti agricoli e campi rom in Italia. 



Qual è la genesi dei centri di accoglienza per i migranti? Come sono nati i ghetti agricoli in Italia? Cosa hanno in comune con i campi rom? Come si vive in questi luoghi? Che effetti hanno sulle traiettorie di vita delle persone che li abitano e, più in generale, sul resto della società?
Sono le domande a cui provo a rispondere con questo libro, a partire dall’attività di ricerca degli ultimi dieci anni, in cui ho attraversato questi luoghi che sono dei luoghi di vita e di comprensione del reale, di processi concreti e simbolici che non riguardano solo chi ci vive, ma la società contemporanea nel suo complesso. 

L’obiettivo di questo lavoro è analizzare il modo in cui i centri di accoglienza (e, parallelamente, il sistema di accoglienza), i ghetti agricoli e i campi rom abbiano contribuito, nel solco di una legislazione sulle migrazioni profondamente contraddittoria, a determinare forme di esclusione sociale, integrazione subalterna e inclusione differenziale di segmenti di popolazione definita migrante anche dopo decenni di permanenza nel nostro paese, così come accade ai discendenti nati e cresciuti in Italia. Un altro intento è quello di provare a fare luce sulle categorie di pensiero, che, attraverso la riproduzione ininterrotta di stereotipi, pregiudizi, proiezioni, spesso ingabbiano il percorso della democrazia verso i diritti, anche laddove esista una volontà di cambiamento, proprio perché improntati, oggi come ieri, al non ascolto, al non riconoscimento dei soggetti coinvolti e delle loro istanze.


qui il link al sito della casa editrice









giovedì 29 settembre 2022

Reddito di cittadinanza “miti propagandistici” Vs dati reali




di Antonio Ciniero

Il Reddito di Cittadinanza pare essere diventata la causa principale dei problemi del paese, sono mesi che il tema tiene banco nel dibattito pubblico. Peccato però che nel dibattito trovino spazio solo le considerazioni e le opinioni di coloro che le propongono. Ognuno ha un amico imprenditore che non può assumere per colpa del RdC, ognuno conosce chi lavora in nero per propria scelta per continuare a percepire RdC, ognuno conosce qualcuno che rifiuta il lavoro proposto per continuare a percepire comodamente sul divano il RdC. Senza nulla togliere alla percezione individuale degli illustri signori e delle illustri signore che affollano il dibattito politico nostrano, penso che uno sguardo ai dati possa aiutare a proporre ragionamenti, se non più equilibrati, quantomeno maggiormente ancorati alla realtà. 

In due anni, tra il 2019 e il 2020, le truffe accertate da Carabinieri e Guardia di finanza hanno riguardato 174 milioni circa su una spesa complessiva di 15 miliardi circa, vale a dire l’1% del totale. 

Secondo un report di febbraio 2022 dell’istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche: il Reddito di cittadinanza ha rappresentato un’ancora di salvezza per 1,8 milioni di famiglie.  Inoltre, il report, sottolinea che circa il 46% dei percettori risultano occupati (552.666 standard e 279.290 precari) con impieghi tali da non consentir loro di emergere dal disagio e da costringerli a ricorrere al RdC per la sussistenza. Si tratta quindi dei cosiddetti “working poors”, lavoratori poveri, quello che può apparire un ossimoro è, invece, sempre più una triste realtà, conseguenza dalle politiche economiche neoliberiste, e, tra l’altro, sempre più in crescita nel nostro paese, come ci ricordano annualmente i report dell’Istat dedicati all’analisi della povertà in Italia. 

Rispetto a chi ha rifiutato i lavori proposti, altro mito cavalcato da chi vorrebbe abolire il RdC, i motivi rilevati nel rapporto su menzionato da coloro che hanno declinato l’offerta proposta sono stati i seguenti: nel 53,6% l’offerta è stata rifiutata perchè non in linea con le competenze possedute, nel 24,5% perché non in linea con il proprio titolo di studio, nell’11,9% per una retribuzione troppo bassa. Solo il 7,9% di coloro che hanno rifiutato l’offerta lavorativa ha indicato la necessità di spostarsi come causa prevalente del rifiuto.

Il RdC è uno strumento che sicuramente si può migliorare, per farlo però non bastano proclami propagandistici, serve un approccio serio. Guardare ai dati è un primo passo.  

Più in generale però, bisognerebbe lavorare per invertire le dinamiche economiche che favoriscono i processi di impoverimento che riguardano fasce sempre più ampie di popolazione. Detto in altri termini, per contrastare i processi di impoverimento servono politiche di redistribuzione della ricchezza, serve mettere al centro dell’azione politica il lavoro e la tutela dei diritti del lavoro invertendo la tendenza dell’ultimo quarantennio che, mortificando lavoro e diritti del lavoro, ci ha portato alla situazione attuale.  




venerdì 6 maggio 2022

II Sessione - Dal lato oscuro del confine. Mobilità e diritti alle frontiere d'Europa


 


Campi informali e pratiche di autorganizzazione

Chair: Ivan PUPOLIZIO (Università degli Studi di Bari "Aldo Moro") Interventi di: Elena FONTANARI (Università degli Studi di Milano) Antonio CINIERO (Università del Salento) Irene PEANO (Universidade de Lisboa) Giuliana SANÒ (Università degli Studi di Messina) Francesco MARCHINI (University of South Wales)


lunedì 17 agosto 2020

Alcune brevi considerazioni a caldo rispetto ai dati sulla “mancata regolarizzazione” diffusi dal ministero dell’Interno

 


i dati sono consultabili qui 


207.542 sono le domande presentate, molto al di sotto delle stime fate negli anni che parlano di un numero di irregolari compreso in una forbice che va dalle 400 mila alle 600 mila unità. Sicuramente escludere settori come quello della logistica o dell’edilizia ha inciso negativamente sul numero delle emersioni. Più in generale, però, c’è da constatare che è fallimentare (oltre che cinicamente utilitaristico e riduzionista) l’idea di legare la possibilità di emersione dalla condizione di irregolarità amministrativa al possesso di un contratto di lavoro, specie in un periodo di emergenza sanitaria come quello che stiamo vivendo.  

 

L’85% (176.848) delle domande presentate ha riguardato il settore del lavoro domestico. Si tratta, soprattutto, di collaboratori famigliari (oltre 122 mila domande) e assistenti a persone disabili e/o non autosufficienti (oltre 50 mila domande). Insomma, stando a questi dati, i pericolosi clandestini di cui parla la propaganda razzista e xenofoba, lontani dall’essere persone che vivono nel buio pronti a commettere chi sa quali delitti, sono persone che con il loro lavoro sostengono le famiglie a cui il nostro sistema di welfare, martoriato negli ultimi trent’anni da politiche liberiste, non riesce a garantire l’assistenza e il sostegno di cui avrebbero bisogno!

 

Le domande per la regolarizzazione di persone che avevano lavorato o stanno lavorando in nero nel settore agricolo, sono state meno di 30 mila (29.555), molto al di sotto delle 150 mila che le organizzazioni datoriali si aspettavano. Anche questo dato non sorprende. Il problema del settore agricolo, specie di quello stagionale, non è tanto legato al fatto che chi vi lavori non abbia un documento regolare di soggiorno, quanto al fatto che nel settore agricolo stagionale incide in maniera pesante il lavoro nero e grigio. Detto altrimenti, il problema non è tanto che i migranti non abbiano i documenti in regola per soggiornare, quanto il fatto che una quota rilevante di datori di lavoro non assume in maniera regolare i lavoratori, stranieri o italiani che siano!

 

Rispetto alla distribuzione geografica delle domande, la maggior parte ha riguardato le regioni del centro-nord Italia (Lombardia, Emilia Romagna, Lazio) e le aree metropolitane (Milano, Napoli, Roma), quelle che normalmente attraggono il maggior numero di cittadini stranieri perché offrono maggiori opportunità di lavoro. I migranti che diventano irregolari, principalmente a causa delle storture legislative, non vivono nei “ghetti”, ma nelle città dove lavorano e vivono da decenni. Spesso non sono visibili, non perché vogliano nascondersi, ma perché, per lavorare, si svegliano quando ancora le “città dormono” oppure il loro lavoro invisibile sostiene il lavoro visbile delle marche che fanno “grande il made in Italy” o ancora lavorano nelle cucine dei rinomati ristoranti stellati…  Interessante e incontro tendenza appare il dato della campagna, sparatutto quello delle provincie non metropolitane (Caserta, Salerno) che registrano un numero significativo di domande presentate.

 

Rispetto alle cittadinanze di coloro che hanno presentato domanda, per quanto riguarda il lavoro domestico, le principali aree geografiche di provenienza sono: Ucraina, Bangladesh, Pakistan, Georgia, Marocco, Perù, Albania, Cina, India, Egitto; per quanto riguarda il lavoro agricolo sono: Albania, Marocco, India, Pakistan, Bangladesh, Tunisia, Senegal, Egitto.

Anche in questo caso, salta una delle retoriche più amate dai razzisti del bel paese, quella secondo la quale i clandestini sarebbero “i palestrati appena sbarcati con tanto di smartphone …”. Come è possibile vedere, ad essere costretti all’irregolarità, sono nella maggior parte dei casi soggetti che appartengono a gruppi nazionali di antico insediamento sul territorio italiano, soggetti che diventano irregolari, magari perché, dopo decenni di presenza, si ritrovano senza lavoro…  

 

Al di là di quello che questi dati ci potranno dire quando le analisi saranno maggiormente approfondite e più raffinate, al momento, possiamo dire, senza timore di essere smentiti, che quando si pensa una regolarizzazione avendo come stella polare i profitti e non i diritti, i risultati non possono che essere fallimentari, soprattutto sul piano dei diritti e della tutela della vite delle persone.

 


Questo procedimento di regolarizzazione è stata l’ennesima occasione mancata dal nostro paese per riconoscere diritti a chi ne è privo a causa delle storture della legge e per tentare di avere una gestione meno contraddittoria dei fenomeni migratori.

lunedì 8 luglio 2019

La “guerra alle migrazioni”



di Antonio Ciniero


Quando, in Europa, è iniziata la “guerra alle migrazioni”?

Non è sicuramente iniziata con Salvini o con Minniti, si può datare l’inizio con il 1985, quando vengono adottati i trattati di Schengen, quelli che istituiscono l’“EuropaFortezza”, uno spazio sempre più aperto alla circolazione delle persone europee e delle merci, ma sempre più impenetrabile, almeno regolarmente, per le persone non europee. È dalla metà degli anni Ottanta che, di fatto, le ambasciate non rilasciano più visti di ingresso per i paesi europei; è da quegli anni che iniziano gli arrivi con i “barconi” in Europa; è da quegli anni che il mediterraneo si insanguina, che si trasforma da “mare che per secoli aveva unito i popoli” a “enorme cimitero a cielo aperto”: sono oltre 30 mila i morti nel mediterraneo dagli anni Ottanta ad oggi, più della metà dei quali sono morti negli ultimi 4 anni!

Perché in Europa, a partire dagli anni Ottanta, le migrazioni vengono sempre più connotate negativamente?

martedì 26 febbraio 2019

Arrivi/morti in Europa (gennaio – febbraio 2018/2019). Un tragico confronto


di Antonio Ciniero

Confrontando i dati sugli arrivi/decessi in Europa di quest’anno con quelli dello stesso periodo dell’anno scorso emerge che, in generale - in linea con quanto era accaduto l’anno scorso rispetto al 2017 - si continua a registrare il calo del numero degli arrivi. Se gli arrivi calano, non diminuisce però la probabilità di morire durante la traversata del Mediterraneo che anzi è aumentata di circa 10 volte. Se la probabilità di morire nel tentativo di raggiungere l’UE è una delle conseguenze della politica delle frontiere chiuse, avviata a livello europeo con l’adozione degli accordi Schengen, l’aumento di tale probabilità è invece una delle conseguenze della guerra dichiarata alle operazioni di salvataggio delle vite in mare. Una guerra avviata a livello europeo, prima, con gli attacchi alle operazioni di salvataggio della Marina Militare Italiana, in particolare all’operazione Mare Nostrum e proseguita poi con la guerra alle Ong,  un vero e proprio attacco alla solidarietà e al diritto/dovere di salvare vite in mare, iniziata dal Ministro Minniti e portata avanti, in piena continuità, dall’attuale inquilino del Viminale.

Nell’info grafica che segue (fonte UNHCR) ci sono i dati per il periodo che va dal 1 gennaio al 24 febbraio 2019
In tutto il Mediterraneo i morti sono stati 207, lungo la rotta del Mediterraneo centrale sono stati 144.


domenica 30 settembre 2018

Sguardi eretici contro il muro della paura



di Antonio Ciniero



Recensione al libro curato da Gennaro Avallone Il sistema di accoglienza in Italia. Esperienze, resistenze, segregazione (Orthotes Editrice, pp. 218, euro 17) già pubblicata ne Il Manifesto

È almeno dal 2011, a seguito della guerra in Libia, che in Italia, e più in generale in Europa, è diventato quasi impossibile per i cittadini stranieri entrare in condizione di regolarità, se non in pochi casi.
DA QUELL’ANNO, l’Ue nel suo complesso e i singoli stati membri, più o meno esplicitamente, hanno cercato in ogni modo di bloccare gli ingressi sul proprio territorio attivando a tal scopo una serie di dispositivi che vanno dagli accordi sottoscritti con il governo di Erdogan in Turchia e di al-Sarraj in Libia all’istituzione degli hotspot, dai muri con il filo spinato alla proliferazione di campi profughi che sono nati nel cuore dell’Europa, come Idomeni fino a qualche tempo fa, o più recentemente Salonicco o Calais, passando per le periferie e le campagne delle città europee. Si tratta di dispositivi che minano il diritto alla mobilità, soprattutto di chi non ha in tasca il passaporto di un paese che conta o soldi «per comprare» un visto.
L’ATTUALE SISTEMA di accoglienza italiano, così pieno di contraddizioni e oggi così criticato da più parti, si è consolidato durante la cosiddetta «emergenza nord Africa», quando era ministro dell’Interno Roberto Maroni della Lega Nord, e ha ricevuto conferme dai successivi governi di centro-sinistra. Si tratta di contraddizioni strutturali, che non riguardano solo i casi eclatanti di mala accoglienza più volte denunciati negli ultimi anni, ma più che altro il sottile, ambiguo, filo di separazione fra dimensione formale e informale, legalità e illegalità, inclusione ed esclusione, che caratterizza i luoghi e i modi di questa accoglienza.

martedì 3 luglio 2018

L'unico effetto della politica dei porti chiusi è l'aumento dei morti in mare







di Antonio Ciniero


Questi sono i dati relativi agli arrivi dei migranti giunti via mare in Europa appena pubblicati dall’Unhcr.

Si vedano i dati sugli arrivi e i morti/dispersi dal 2014 al 2017. 

Come è possibile vedere, il numero dei morti (si tenga presente che è stimato per difetto), tranne per il picco del 2016, è pressoché costante nonostante vari il numero complessivo degli arrivi. 
La spiegazione è semplice e drammatica allo stesso tempo. Si muore soprattutto sulla rotta che dalla Libia porta in Italia, quella è la rotta più pericolosa. Lo si sa da anni! È lungo quella rotta che oggi si tenta di impedire le operazioni di salvataggio!

I dati relativi al 2015 sono particolarmente chiarificatori: quell’anno in Europa, a seguito della crisi siriana, arrivano oltre un milione di persone. La gran parte, oltre 845 mila persone, segue la rotta balcanica - quella che verrà chiusa finanziando il regime di Erdogan l’anno successivo – ed entrano in Europa attraverso la Grecia, su questa rotta muoiono 806 persone. Attraverso l’Italia via Libia invece giungono in Europa solo 153 mila persone ma ne muoiono oltre 2900!
Con la criminalizzazione delle operazioni di salvataggio, iniziata dal precedente governo ed esasperata da questo attuale, i morti purtroppo aumenteranno. Quest’anno sono già morte oltre mille persone!
Chi ci governa non può continuare a far finta di non saperlo, i tanti che continuano a gioire per i porti chiusi, se ancora non sono cosci, sappiano che stanno gioendo di una strage che continuerà a mietere vittime quanto più continuerà questa assurda guerra alle operazioni di salvataggio in mare!

Chi ipocritamente ripete che la chiusura dei porti serve a scoraggiare le partenze, si ricordi che, se anche così fosse, la gente che non parte continuerà ad essere torturata all’interno dei centri per migranti in Libia! Anche questa cosa la sappiamo da anni, checché ne dica il ministro degli interni!
Porti aperti, e vie di ingresso regolari e sicure subito! Non c’è altra alternativa nell’immediato!