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giovedì 26 marzo 2026

Antiziganismo e pregiudizio. La costruzione del “problema” Panareo nel racconto della cronaca locale

 


Antonio Ciniero


Nelle ultime settimane, sulla Gazzetta del Mezzogiorno sono stati pubblicati diversi articoli che hanno la pretesa di raccontare decenni di vita del campo sosta Panareo consegnando all’immaginario pubblico un quadro molto riduttivo, colmo di stereotipi. Il registro oscilla tra il sensazionalismo e la superficialità. Non è la prima volta e, proprio per ciò, il copione è noto.

Una narrazione che si presenta come approfondimento, persino come inchiesta, ma che in realtà funziona attraverso un meccanismo molto più semplice: accostare elementi diversi, senza esplicitarne i nessi, fino a costruire un’atmosfera di sospetto.

Il punto non è soltanto il tono - un racconto che richiama romanzi criminali già ampiamente codificati, una sorta di Gomorra in salsa salentina - ma il modo stesso in cui il problema viene costruito.

 Riporto giusto un paio di esempi:

 

“I dati raccontano di una comunità giovane, in parte nata e cresciuta a Lecce, monitorata da una rete di interventi pubblici che punta a prevenire dispersione scolastica e devianza. Resta però la necessità di comprendere fino in fondo se e quanto questa rete sia sufficiente a intercettare eventuali zone d’ombra, soprattutto alla luce delle indagini che negli ultimi anni hanno lambito l’area e i suoi collegamenti esterni. Perché tra integrazione dichiarata, stanzialità acquisita e controlli rafforzati, la vera domanda è se il campo rappresenti soltanto una periferia fragile da sostenere o anche un nodo da decifrare dentro scenari investigativi più ampi”.

 

In questo passaggio, a partire da dati su interventi sociali e processi di radicamento, si introduce il riferimento a “zone d’ombra” e “indagini”, fino a suggerire un possibile legame con scenari investigativi più ampi. Non viene affermato nulla in modo esplicito, ma si costruisce una continuità implicita tra piani diversi.

 

Un secondo esempio, ancora più esplicito:

 

“‘No riprende auto, no riprende auto!’ […] L’assalto al portavalori dello scorso 9 febbraio […] ha riacceso i riflettori su quel luogo, noto alle cronache per furti, ricettazione e spaccio di droga […] La vicenda pone interrogativi […] che fanno il paio con l’attività degli investigatori proprio all’interno e intorno a quell’area”.

 

Qui il salto è ancora più evidente: un fatto specifico, che ha avuto una certa eco mediatica — l’assalto a un portavalori sulla strada che collega Brindisi a Lecce — viene accostato al campo attraverso una sequenza di richiami (“luogo noto”, “attività investigativa”, “responsabilità diffuse”) che suggeriscono un legame senza mai dimostrarlo. Anche in questo caso, il nesso non viene argomentato o dimostrato: è semplicemente evocato con termini vaghi e allusivi.

Se si sostituisse il riferimento al campo con quello a un qualsiasi quartiere periferico di Lecce o del suo hinterland, l’effetto apparirebbe immediatamente forzato. Ed è proprio questo scarto a rendere visibile il ruolo degli stereotipi - e in particolare dell’antiziganismo - nel rendere plausibili certe associazioni.

 

Il risultato è una rappresentazione che non si limita a descrivere, ma contribuisce a produrre il problema che dichiara di osservare, rafforzando un senso comune in cui marginalità, devianza e pericolosità tendono a sovrapporsi, diventando quasi indistinguibili.

 

Si tratta di una modalità ben nota nelle scienze sociali: la costruzione di un frame emergenziale attraverso l’aggregazione arbitraria di indicatori diversi, che finiscono per essere percepiti come reciprocamente significativi anche in assenza di un nesso dimostrato.

Come ho detto, se lo stesso schema fosse applicato a una città, risulterebbe forzato. Ma, quando l’oggetto è un campo rom, quel salto logico diventa plausibile. È qui che entrano in gioco pregiudizi e stereotipi sedimentati e dispositivi discorsivi profondamente radicati: una forma di antiziganismo che non si esprime necessariamente in modo esplicito, ma opera proprio attraverso queste associazioni implicite, rendendo “naturale” ciò che in altri contesti apparirebbe arbitrario.

Il risultato è una rappresentazione che non descrive semplicemente una realtà, ma contribuisce a produrla. In questo modo, ciò che si presenta come analisi orienta lo sguardo verso la paura, più che la sicurezza e l’ordine pubblico, lasciando sullo sfondo ciò che davvero conta: le responsabilità strutturali e istituzionali che hanno costruito, nel tempo, forme di segregazione su base etnica, più volte denunciate dall’European Roma Rights Centre e ampiamente documentate dalla letteratura nazionale e internazionale sul tema che ha mostrato come proprio l’antiziganismo costituisca una chiave di lettura fondamentale per comprendere la persistenza di questi dispositivi.

Continuare a raccontare questi luoghi con queste modalità non è neutro. Significa contribuire a definire il problema in termini distorti e, di conseguenza, orientare anche le risposte pubbliche e politiche nella stessa direzione.

È una distorsione – e anche una strumentalizzazione - che dura da oltre quarant’anni, e che continua a riprodursi sempre uguale a se stessa.