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domenica 10 maggio 2026

L’omicidio di Bakary Sako e la normalizzazione della violenza razzista



di Antonio Ciniero

L’Italia continua ad attraversare una stagione di violenza razzista e autoritaria che non si può continuare a leggere come una sequenza di episodi isolati, scollegati tra loro, frutto di devianze individuali o di improvvise esplosioni di follia. La morte di Bakary Sako, ucciso a Taranto mentre si apprestava ad andare a lavorare, si colloca dentro una trama molto più ampia, profonda e strutturale. Una trama fatta di parole, campagne politiche, dispositivi giuridici, rappresentazioni mediatiche, pratiche istituzionali e forme quotidiane di disumanizzazione che, da anni, attraversano l’Europa e, in modo sempre più evidente, l’Italia.
Come accadde dopo la strage di Macerata del 2018, quando Luca Traini, ex candidato della Lega Nord alle elezioni comunali di Corridonia, attraversò la città sparando deliberatamente contro persone nere e migranti, ferendo sei giovani africani al grido di “Viva l’Italia” e accompagnando la propria azione con il saluto romano, anche oggi il rischio è quello di ridurre tutto a una questione di ordine pubblico, di disagio sociale indistinto o di marginalità individuale. Quella strage rappresentò uno spartiacque simbolico e politico: mostrò in maniera brutale come il razzismo potesse tradursi apertamente in violenza armata dentro uno spazio pubblico europeo, alimentato da anni di campagne securitarie, criminalizzazione dei migranti e retoriche identitarie costruite attorno alla figura dello “straniero invasore”. Eppure, anche allora, una parte del dibattito pubblico tentò di isolare il gesto dal clima politico e culturale che lo aveva reso possibile.
La violenza non nasce mai nel vuoto. Viene preparata, alimentata, resa possibile da un clima culturale e politico che costruisce continuamente nemici interni, individua bersagli vulnerabili e normalizza l’idea che alcune vite valgano meno di altre.
Non è un caso che, nelle ore immediatamente successive all’omicidio, ci sia stato chi ha tentato rapidamente di derubricare quanto accaduto a una generica “lite tra stranieri”, secondo un copione già visto molte volte: minimizzare, confondere, depoliticizzare, impedire che emergano le matrici profonde della violenza. Eppure, proprio grazie alla preziosa testimonianza dell’associazione Babele, che ha restituito pubblicamente il volto, la storia e la dignità di Bakary Sako, sta emergendo in queste ore un’altra verità. Quella di un giovane lavoratore accerchiato e aggredito da ragazzi del posto, alcuni, sembrerebbe, giovanissimi, addirittura minorenni. Un elemento che dovrebbe interrogarci ancora più profondamente sul clima culturale e sociale dentro cui stanno crescendo intere generazioni, abituate sempre più spesso a considerare lo straniero come un bersaglio, una presenza inferiore, un corpo sacrificabile.
Bakary Sako non è morto soltanto per mano dei suoi aggressori. È morto dentro un Paese che da anni produce dispositivi materiali e simbolici di inferiorizzazione dei cittadini stranieri. È morto dentro un sistema che continua a considerare le migrazioni non come una questione sociale, umana e politica, ma come una minaccia permanente da contenere, sorvegliare e respingere. È morto dentro una società che si abitua progressivamente all’idea che lo sfruttamento, la segregazione abitativa, la precarietà estrema e perfino la morte di uomini e donne migranti siano un prezzo inevitabile dell’ordine sociale.
La violenza razzista non si manifesta soltanto nei delitti di sangue. Si manifesta nelle baraccopoli dove migliaia di braccianti sopravvivono senza acqua, elettricità, trasporti e assistenza sanitaria. Si manifesta nei CPR, luoghi di detenzione amministrativa dove persone che non hanno commesso alcun reato vengono private della libertà personale. Si manifesta nei naufragi del Mediterraneo, nelle torture sistematiche subite in Libia da uomini e donne bloccati grazie agli accordi stipulati dall’Europa e dall’Italia. Si manifesta nelle campagne mediatiche costruite quotidianamente contro lo “straniero invasore”, contro il richiedente asilo, contro il povero trasformato in colpevole.
Il razzismo contemporaneo non è soltanto odio esplicito. È soprattutto un dispositivo politico e culturale che organizza gerarchie tra vite degne e vite sacrificabili. Produce distanza morale, abitua all’indifferenza, trasforma la sofferenza altrui in rumore di fondo. È questo il terreno su cui maturano le aggressioni, i pestaggi, gli omicidi.
Per questo la morte di Bakary Sako riguarda la qualità della nostra democrazia, il modello di società che stiamo costruendo, il confine sempre più fragile tra diritto e arbitrio.
Continuare a parlare genericamente di emergenza sicurezza significa nascondere il vero problema: l’insicurezza prodotta da un sistema che precarizza il lavoro, distrugge welfare e legami sociali, impoverisce interi territori e poi scarica paure e frustrazioni contro i più deboli. Lo straniero diventa così il bersaglio perfetto su cui proiettare ansie collettive costruite dentro decenni di disuguaglianze e politiche neoliberiste.
E allora bisogna tornare ancora una volta al volto e alla storia di Bakary Sako. Un giovane uomo partito dal Mali, che aveva attraversato il mare sfidando la morte, le frontiere militarizzate, le politiche disumane costruite dall’Europa e dall’Italia per impedire la mobilità dei poveri del mondo. Aveva affrontato ciò che migliaia di persone affrontano ogni anno: deserti, violenze, respingimenti, lager libici, il rischio concreto di morire nel Mediterraneo. Non per inseguire privilegi, ma per lavorare, sostenere la propria famiglia, costruire una possibilità di vita dignitosa.
Ed è qui che ha trovato la morte. Non in mare. Non nel deserto. Ma in Italia, mentre si preparava ad andare a lavorare nei campi, a guadagnare pochi soldi attraverso uno dei lavori più duri del nostro sistema economico. 
C’è qualcosa di terribile e profondamente simbolico in tutto questo. Un uomo sopravvissuto alle frontiere della Fortezza Europa viene ucciso dentro i confini di quella stessa Europa che continua a proclamarsi culla dei diritti umani. È una contraddizione che dovrebbe interrogare tutti: le istituzioni, la politica, i media, la società civile.
Perché la morte di Bakary Sako non è soltanto il prodotto della violenza di chi lo ha aggredito. È anche il risultato di un clima costruito giorno dopo giorno, di un linguaggio che disumanizza, di politiche che trasformano i migranti in problemi di ordine pubblico, di dispositivi che producono esclusione, ricattabilità e marginalità sociale.
Finché continueremo a leggere queste morti come eccezioni e non come il prodotto ordinario di un sistema sociale e politico, continueremo ad arrivare sempre troppo tardi: dopo l’ennesima aggressione, dopo l’ennesimo corpo, dopo l’ennesima vita considerata sacrificabile.


 

Cosa resta della solidarietà di classe? The Old Oak di Ken Loach


 

di Antonio Ciniero


Mi sono imbattuto solo ora nella visione di “The Old Oak” (2023), l’ultimo film di Ken Loach. Un film straordinario.


Attraverso la storia di un vecchio pub in un ex villaggio minerario del Nord dell’Inghilterra, Loach riesce ancora una volta a raccontare con lucidità e profondità le fratture del capitalismo contemporaneo: gli effetti della deindustrializzazione, l’impoverimento dei ceti popolari, il senso di abbandono di intere aree geografiche e sociali, ma anche le tensioni che attraversano le “comunità” quando la povertà viene trasformata in una contemporanea strategia di divide et impera che assume sempre più la forma della cosiddetta “guerra tra poveri”.

L’arrivo di alcune famiglie di rifugiati siriani nel paese diventa il detonatore di paure, rancore e conflitti, ma anche l’occasione per interrogarsi su cosa resti oggi della solidarietà di classe e della capacità di costruire legami collettivi. Il vecchio pub “The Old Oak”, ultimo spazio comunitario rimasto aperto, diventa così il simbolo fragile di una possibilità di resistenza sociale e umana.
Uno di quei spazi, sempre più minacciati dai processi che spingono verso l’individualismo più sfrenato, che - per utilizzare categorie del secolo scorso ormai quasi scomparse dal lessico pubblico e, spesso, anche dalla riflessione scientifica - potevano favorire il passaggio dalla “classe in sé” alla “classe per sé”.

Loach legge le trasformazioni del lavoro, della marginalità e delle disuguaglianze con una profondità che pochi analisti riescono ad avere. E lo fa senza retorica, mostrando come precarietà, impoverimento e insicurezza possano produrre chiusura e ostilità, ma anche - quando emergono relazioni, memoria e mutualismo - forme inattese di solidarietà.

 

Il film è disponibile su raiplay.

giovedì 30 aprile 2026

In ricordo di Monica McBritton


 

di Antonio Ciniero

 

Lo scorso anno, con l’improvvisa scomparsa della professoressa Monica McBritton abbiamo perso una studiosa rigorosa e di grande livello. Ho avuto la fortuna di incrociare il percorso umano e scientifico di Monica nel lontano 2007, quando coordinava una ricerca dal titolo “La discriminazione etnica nel lavoro pubblico e privato: monitoraggio ed effettività delle tutele”. Era una delle prime ricerche, se non la prima in assoluto, a cui ho preso parte. E non è un dettaglio secondario: perché quell’esperienza, per molti versi fondativa anche per il mio percorso, portava già dentro alcuni dei nodi che Monica avrebbe continuato a interrogare con grande coerenza negli anni successivi: non solo studiare le regole, ma interrogarsi, e impegnarsi in prima persona, sempre in relazione con altri, affinché tali regole avessero carattere emancipativo.

Da allora, non ricordo nemmeno più quante siano state le occasioni di confronto e di ricerca condivisa. Ciò che però ricordo con chiarezza è la qualità di questi incontri: la capacità di Monica di tenere insieme profondità analitica e attenzione concreta alle condizioni reali delle persone; il suo modo di attraversare i dispositivi giuridici senza mai perderne di vista gli effetti sociali; la sua attitudine a porre domande scomode, senza indulgere in semplificazioni.

Monica McBritton ha dedicato i suoi studi al diritto del lavoro, con una particolare attenzione alle forme di contrasto dello sfruttamento e alla relazione, tutt’altro che lineare, tra diritto del lavoro e diritto delle migrazioni. Ed è proprio qui che il suo lavoro continua a interpellarci in modo diretto. Perché ci ha insegnato che lo sfruttamento non può essere letto soltanto come deviazione o illegalità, ma come un fenomeno che si annida anche dentro le pieghe della regolazione, nelle asimmetrie tra status giuridici, nelle condizioni di accesso differenziato ai diritti.

In questo senso, il suo contributo è stato prezioso anche per chi, come me, si occupa di sfruttamento lavorativo e caporalato da una propstettiva sociologica. Monica ha sempre insistito su un punto cruciale: che la vulnerabilità non è un dato naturale, ma una condizione spesso prodotta – o quantomeno amplificata – da assetti normativi e istituzionali. E che proprio per questo, il contrasto allo sfruttamento non può limitarsi alla repressione, ma deve interrogare in profondità il modo in cui il diritto costruisce, distribuisce o nega protezione.

Allo studio, Monica ha sempre affiancato un impegno concreto nell’associazionismo e nel sindacato. Non come dimensione separata, ma come prosecuzione naturale del suo lavoro di ricerca. C’era, nel suo percorso, una coerenza rara: tra ciò che studiava, ciò che insegnava e ciò che praticava. L’idea di una società più equa, più giusta, in cui – come amava dire – nessuno fosse straniero, non era per lei uno slogan, ma un orizzonte di impegno civile e politico, perché il suo modo di fare ricerca era già, in sé, una forma di impegno, e il suo impegno era sempre profondamente intrecciato, prima ancora che informato, con il lavoro scientifico

Ricordarla oggi significa allora non soltanto restituire il profilo di una studiosa rigorosa e appassionata, ma anche assumere, almeno in parte, la responsabilità di proseguire nell’intento di porre domande, specie quelle scomode, quelle che mettono in luce gli intrecci perversi che generano asimmetrie di potere e forme di sfruttamento. Dobbiamo continuare a interrogare, come faceva Monica, il rapporto tra diritto e disuguaglianza, tra lavoro e cittadinanza, tra inclusione formale e condizioni materiali di vita.

Per chi ha avuto la fortuna di lavorare con lei, resta anche qualcosa di più intimo e difficile da dire: un modo di stare nella ricerca e nelle relazioni che lascia traccia. Una misura, un’attenzione, una serietà che non erano mai distanti dalla profonda umanità con cui Monica attraversava il mondo.


sabato 25 aprile 2026

Decreto sicurezza o insicurezza per decreto? Come si riducono i diritti di tutti, iniziando dal ridurli ai cittadini stranieri.

 


di Antonio Ciniero


Il cosiddetto decreto sicurezza approvato oggi produce almeno tre effetti rilevanti.

1) Il consolidamento di un paradigma fondato sul contenimento e sul controllo.

2) Il rafforzamento delle frontiere interne: non più soltanto gestione dei confini esterni, ma organizzazione interna delle popolazioni migranti attraverso dispositivi amministrativi, detentivi e procedurali.

3) La stabilizzazione dell’eccezione: deroghe estese fino al 2028 e ricorso sistematico al decreto-legge contribuiscono a legittimare una (non) emergenza che si conferma struttura ordinaria di governo.

L’adozione dell’ennesimo decreto sicurezza alla vigilia del 25 aprile non è un dettaglio neutro. È una scelta che produce uno scarto evidente tra il significato pubblico di quella data — la liberazione dal nazifascismo e l'affermazione dei principi costituzionali — e un intervento normativo che, in più punti, comprime garanzie, amplia spazi di eccezione e rafforza dispositivi di controllo di ispirazione chiaramente fascista. Più che una coincidenza, appare come una frattura simbolica: da un lato la memoria di un ordinamento fondato sui diritti, dall’altro l’estensione di strumenti che tendono a sospenderli, almeno per alcuni.

È nei Centri Per il Rimpatrio — nei loro meccanismi di espansione, gestione e regolazione — che questa trasformazione appare nella sua forma più nitida. Se si vuole cogliere il senso profondo del decreto, è nella disciplina della (non) accoglienza, e in particolare negli interventi che riguardano i Centri di permanenza per il rimpatrio, che bisogna guardare.

1. Espansione dei CPR e deroga all’ordinamento ordinario.

Il passaggio più significativo è contenuto nell’articolo 30, che autorizza il Ministero dell’interno, fino al 31 dicembre 2028, a derogare alle disposizioni di legge — con l’eccezione di quelle penali, antimafia e dell’Unione europea — per la realizzazione, ristrutturazione e gestione dei centri. Non si tratta di una semplice accelerazione amministrativa, ma di una sospensione selettiva dell’ordinamento ordinario in un ambito estremamente sensibile: quello della detenzione amministrativa degli stranieri.

Le deroghe possono incidere su:

-procedure di appalto e affidamento, con possibili riduzioni di trasparenza e concorrenza;

- vincoli urbanistici e autorizzativi;

- standard ordinari di gestione e controllo dei servizi.

L’effetto è duplice: da un lato si accelera la costruzione e l’ampliamento dei CPR; dall’altro si istituisce uno spazio giuridico eccezionale, in cui le garanzie sono compresse in nome dell’urgenza. In questo quadro, la detenzione amministrativa tende a consolidarsi non come misura residuale, ma come infrastruttura stabile di governo della mobilità.

2. Affidamenti diretti e gestione opaca.

Questa logica si rafforza con l’articolo 32, che consente l’affidamento diretto alla Croce Rossa Italiana delle attività definite “umanitarie” nei CPR, sempre fino al 2028.

Il nodo non è tanto il soggetto, quanto il meccanismo:

- si bypassano procedure trasparenti;

- si concentra la gestione in pochi attori;

- si riduce la tracciabilità pubblica delle scelte.

Il rischio, molto concreto, è quello di una esternalizzazione poco trasparente della gestione di spazi di sospensione del diritto, in cui soggetti a vocazione umanitaria operano dentro dispositivi detentivi che negano l'essenza stessa dell'umanità, con una tensione strutturale tra funzione assistenziale e funzione di controllo che sarà sempre più schiacciata sul secondo polo.

3. Incentivi economici e rimpatrio “assistito”.

L’articolo 30-bis, così come modificato a seguito delle osservazioni della Presidenza della Repubblica, interviene sui programmi di rimpatrio volontario assistito ridimensionando alcuni degli elementi più critici presenti nella versione originaria. In particolare, il compenso previsto (circa 615 euro) non è più riconosciuto esclusivamente agli avvocati né subordinato all’effettiva partenza dello straniero, ma viene corrisposto per ogni pratica seguita, indipendentemente dall’esito. Inoltre, viene eliminato il coinvolgimento diretto del Consiglio Nazionale Forense nel pagamento dei compensi.

Queste modifiche attenuano il rischio più evidente di una remunerazione direttamente legata al rimpatrio, che avrebbe potuto creare un incentivo distorto verso la conclusione della procedura. Tuttavia, resta una questione di fondo: l’introduzione di un meccanismo economico all’interno di un ambito così delicato continua a produrre una possibile ambiguità tra tutela dei diritti e gestione amministrativa delle partenze.

Anche in assenza di un legame diretto tra compenso ed esito, il dispositivo rischia comunque di orientare le pratiche verso una logica di gestione del rimpatrio più che di pieno accompagnamento giuridico, soprattutto in contesti segnati da vulnerabilità e asimmetrie informative.

4. Notifiche via PEC e accesso effettivo ai diritti.

La possibilità di notificare atti anche via PEC apparentemente è solo una misura tecnica, ma nella prassi solleverà una questione sostanziale: quanto è effettivamente accessibile questo strumento per i destinatari?

In contesti segnati da precarietà abitativa, fragilità linguistica e discontinuità amministrativa, la digitalizzazione delle notifiche può tradursi in una riduzione concreta delle garanzie procedurali, rendendo più difficile esercitare il diritto di difesa nei tempi previsti.

5. Accesso alla giustizia e fine del patrocinio automatico.

Il quadro si completa con l’abolizione del gratuito patrocinio automatico per i ricorsi contro l’espulsione.

La conseguenza è chiara: l’accesso alla giustizia viene subordinato alla capacità economica. Si tratta di un passaggio critico perché incide direttamente su:

- il diritto di difesa (art. 24 Cost.);

- l’effettività della tutela giurisdizionale;

- l’uguaglianza sostanziale.

La giustizia sarà così sempre più selettiva, in sfregio della frase che campeggia in tutti i tribunali italiani "La legge è uguale per tutti", perchè saranno proprio i soggetti più vulnerabili che incontreranno maggiori ostacoli nell’attivare le garanzie previste dall’ordinamento.

Più che un intervento emergenziale, il decreto consolida un modello: la gestione della migrazione come questione di sicurezza, affidata a strumenti eccezionali che tendono a diventare permanenti.

Il punto più delicato non è tanto e solo ciò che queste norme producono oggi, ma ciò che renderanno possibile domani: uno slittamento progressivo del confine tra diritto e amministrazione, tra garanzia e controllo.

Ed è proprio da qui che la questione smette di riguardare soltanto i cittadini stranieri. Perché quando una garanzia viene compressa ai margini, non resta mai confinata lì: tende, nel tempo, a ridefinire l’intero spazio dei diritti e, purtroppo, non dovremo molto... basti vedere gli articoli che comprimono le libertà personali in occasione di manifestazioni presenti in questo stesso decreto. La direzione è chiara, a noi, ai cittadini, ai presidi di democrazia, il compito di invertire la rotta!


venerdì 27 marzo 2026

Sempre a proposito di antiziganismo e cronaca locale: quando “fare luce” significa selezionare cosa vedere

 


di Antonio Ciniero

C’è un modo ricorrente di intendere l’“inchiesta” come gesto che “fa luce”. La luce però può essere selettiva, orientata, capace di confermare più che interrogare, a partire da ciò che si sceglie di illuminare. È proprio in questa selettività dello sguardo — spesso inconsapevole — che l’antiziganismo si insinua e si riproduce. Quando poi questo sguardo entra nella costruzione del discorso pubblico, l’attenzione non è più solo opportuna, ma necessaria.
Scrive sulla sua pagina pubblica chi ha realizzato l’“inchiesta” dedicata al — cito da sottotitolo di uno degli articoli — “famigerato” campo Panareo della città di Lecce, pubblicata a puntate sulle pagine de La Gazzetta del Mezzogiorno, in cui mi sono imbattuto nell’ambito di un lavoro di analisi su come l’antiziganismo informi il discorso pubblico (non riporto il nome di chi ha realizzato l’inchiesta perché il problema non è il singolo caso, ma la modalità di cui questo caso è esemplificativo):
“Quell'inchiesta nasce per accendere un riflettore sul campo Panareo e al momento seppure parzialmente l'obiettivo è stato centrato. E nasce soprattutto non per perseguire o perseguitare qualcuno, che non è nostro mestiere né umana cifra, ma per illuminare quel qualcuno e per sondare le possibilità di una integrazione reale”.
Se non fosse espressione di uno sguardo profondamente asimmetrico — e, per molti aspetti, riconducibile a uno sguardo coloniale — ci sarebbe qualcosa di quasi poetico in questa idea di “inchiesta” come gesto illuminante: il salvatore, in questo caso in veste di giornalista, che arriva, accende il riflettore e — bontà sua — rende visibile “quel qualcuno”. Un’operazione quasi salvifica, verrebbe da dire.
Colpisce anche la premura nel precisare che non si intende “perseguire o perseguitare”. Ci mancherebbe. Qui non si perseguita nessuno: si illumina. È una luce selettiva, evidentemente, che non abbaglia chi la accende — perché guidata da uno sguardo già orientato — ma abbaglia chi la subisce: gli abitanti del campo, in primis, e i lettori, in secondo luogo.
E poi l’integrazione, evocata come orizzonte nobile. “Sondarne le possibilità”, si dice. Ma viene da chiedersi: questo sondaggio passa anche dall’ascolto, oppure basta puntare il riflettore, osservare, magari fotografare o fare qualche suggestiva ripresa aerea con un drone, da lontano? Qualcuno, tra gli abitanti del campo, è stato interpellato? Quante donne e quanti uomini sono stati ascoltati? Con quante famiglie si è sorseggiato un caffè per “sondare” con loro (e non per loro) quale sia un possibile percorso di inclusione? O l’idea è che la realtà si lasci comprendere semplicemente esponendola alla luce, senza il disturbo delle voci di chi la abita? Dalla ricostruzione proposta emerge soprattutto una distanza tra chi osserva e chi è osservato, più che un processo dialogico capace di includere le voci dei soggetti direttamente interessati.
Questo modo di fare inchiesta tende a risultare molto rassicurante: non disturba davvero, non mette in discussione chi guarda e, soprattutto, non rischia di complicarsi con la fatica dell’ascolto. Basta accendere la luce giusta e la realtà — docile — dovrebbe finalmente mostrarsi per quello che si è già deciso che sia.
Sebbene questo tipo di approccio non sia un’esclusiva delle cosiddette inchieste sui campi rom — si pensi alle tante iniziative analoghe che “gettano luce” sulle “periferie” o sulle “gang composte da giovani di seconda generazione” — nel caso dei luoghi identificati come campi rom si assiste a una particolare ridondanza di questo sguardo. Si tratta di narrazioni che privilegiano una prospettiva esterna, fortemente distaccata, più orientata a descrivere l’idea che si ha di un luogo che la complessità del luogo stesso.
Le modalità con cui si costruisce l’ipervisibilità mediatica che accompagna questi contesti — ampiamente documentate in letteratura e oggetto di attenzione anche da parte di istituzioni come l’UNAR e il Consiglio d’Europa — si inseriscono in un quadro più ampio, segnato dalla persistenza di forme strutturali di antiziganismo. Una forma di discriminazione che associa sistematicamente i campi — o chiunque vi abiti — alla devianza, al degrado, alla mancanza di valori. E che tende a oscurare, tanto per fare qualche esempio, i tanti giovani del Panareo che, nonostante gli effetti stigmatizzanti e le dinamiche di esclusione che il campo, in quanto dispositivo socio-spaziale, produce, hanno concluso percorsi scolastici secondari e trovato un lavoro stabile da anni, o coloro che, pur essendo nati e cresciuti all’interno del campo, hanno costruito percorsi di vita e famiglie al di fuori di esso, superando le difficoltà aggiuntive che un’istituzione totalizzante come il campo produce nei percorsi biografici.
Questa complessità, semplicemente, resta fuori: non perché non esista, ma perché difficilmente rientra in ciò che si sceglie di illuminare e forse anche perché risultano più “attrattive” narrazioni che suggeriscono connessioni implicite e non dimostrate tra episodi di cronaca e il campo Panareo.
Eppure, è proprio in questo scarto — tra ciò che si mostra e ciò che si lascia nell’ombra — che si producono le rappresentazioni che poi orientano il senso comune e gli interventi pubblici. Raccontare questi luoghi, dunque, non è mai un gesto neutro: significa contribuire a definire una certa questione in termini corretti oppure distorti e, insieme, il perimetro delle soluzioni che si riterranno possibili.

giovedì 26 marzo 2026

Antiziganismo e pregiudizio. La costruzione del “problema” Panareo nel racconto della cronaca locale

 


Antonio Ciniero


Nelle ultime settimane, sulla Gazzetta del Mezzogiorno sono stati pubblicati diversi articoli che hanno la pretesa di raccontare decenni di vita del campo sosta Panareo consegnando all’immaginario pubblico un quadro molto riduttivo, colmo di stereotipi. Il registro oscilla tra il sensazionalismo e la superficialità. Non è la prima volta e, proprio per ciò, il copione è noto.

Una narrazione che si presenta come approfondimento, persino come inchiesta, ma che in realtà funziona attraverso un meccanismo molto più semplice: accostare elementi diversi, senza esplicitarne i nessi, fino a costruire un’atmosfera di sospetto.

Il punto non è soltanto il tono - un racconto che richiama romanzi criminali già ampiamente codificati, una sorta di Gomorra in salsa salentina - ma il modo stesso in cui il problema viene costruito.

 Riporto giusto un paio di esempi:

 

“I dati raccontano di una comunità giovane, in parte nata e cresciuta a Lecce, monitorata da una rete di interventi pubblici che punta a prevenire dispersione scolastica e devianza. Resta però la necessità di comprendere fino in fondo se e quanto questa rete sia sufficiente a intercettare eventuali zone d’ombra, soprattutto alla luce delle indagini che negli ultimi anni hanno lambito l’area e i suoi collegamenti esterni. Perché tra integrazione dichiarata, stanzialità acquisita e controlli rafforzati, la vera domanda è se il campo rappresenti soltanto una periferia fragile da sostenere o anche un nodo da decifrare dentro scenari investigativi più ampi”.

 

In questo passaggio, a partire da dati su interventi sociali e processi di radicamento, si introduce il riferimento a “zone d’ombra” e “indagini”, fino a suggerire un possibile legame con scenari investigativi più ampi. Non viene affermato nulla in modo esplicito, ma si costruisce una continuità implicita tra piani diversi.

 

Un secondo esempio, ancora più esplicito:

 

“‘No riprende auto, no riprende auto!’ […] L’assalto al portavalori dello scorso 9 febbraio […] ha riacceso i riflettori su quel luogo, noto alle cronache per furti, ricettazione e spaccio di droga […] La vicenda pone interrogativi […] che fanno il paio con l’attività degli investigatori proprio all’interno e intorno a quell’area”.

 

Qui il salto è ancora più evidente: un fatto specifico, che ha avuto una certa eco mediatica — l’assalto a un portavalori sulla strada che collega Brindisi a Lecce — viene accostato al campo attraverso una sequenza di richiami (“luogo noto”, “attività investigativa”, “responsabilità diffuse”) che suggeriscono un legame senza mai dimostrarlo. Anche in questo caso, il nesso non viene argomentato o dimostrato: è semplicemente evocato con termini vaghi e allusivi.

Se si sostituisse il riferimento al campo con quello a un qualsiasi quartiere periferico di Lecce o del suo hinterland, l’effetto apparirebbe immediatamente forzato. Ed è proprio questo scarto a rendere visibile il ruolo degli stereotipi - e in particolare dell’antiziganismo - nel rendere plausibili certe associazioni.

 

Il risultato è una rappresentazione che non si limita a descrivere, ma contribuisce a produrre il problema che dichiara di osservare, rafforzando un senso comune in cui marginalità, devianza e pericolosità tendono a sovrapporsi, diventando quasi indistinguibili.

 

Si tratta di una modalità ben nota nelle scienze sociali: la costruzione di un frame emergenziale attraverso l’aggregazione arbitraria di indicatori diversi, che finiscono per essere percepiti come reciprocamente significativi anche in assenza di un nesso dimostrato.

Come ho detto, se lo stesso schema fosse applicato a una città, risulterebbe forzato. Ma, quando l’oggetto è un campo rom, quel salto logico diventa plausibile. È qui che entrano in gioco pregiudizi e stereotipi sedimentati e dispositivi discorsivi profondamente radicati: una forma di antiziganismo che non si esprime necessariamente in modo esplicito, ma opera proprio attraverso queste associazioni implicite, rendendo “naturale” ciò che in altri contesti apparirebbe arbitrario.

Il risultato è una rappresentazione che non descrive semplicemente una realtà, ma contribuisce a produrla. In questo modo, ciò che si presenta come analisi orienta lo sguardo verso la paura, più che la sicurezza e l’ordine pubblico, lasciando sullo sfondo ciò che davvero conta: le responsabilità strutturali e istituzionali che hanno costruito, nel tempo, forme di segregazione su base etnica, più volte denunciate dall’European Roma Rights Centre e ampiamente documentate dalla letteratura nazionale e internazionale sul tema che ha mostrato come proprio l’antiziganismo costituisca una chiave di lettura fondamentale per comprendere la persistenza di questi dispositivi.

Continuare a raccontare questi luoghi con queste modalità non è neutro. Significa contribuire a definire il problema in termini distorti e, di conseguenza, orientare anche le risposte pubbliche e politiche nella stessa direzione.

È una distorsione – e anche una strumentalizzazione - che dura da oltre quarant’anni, e che continua a riprodursi sempre uguale a se stessa.