Uno spazio di riflessione sui processi migratori e le interazioni che innescano nelle società contemporanee.
Propone articoli di approfondimento sulle condizioni sociali e lavorative dei cittadini immigrati e dei rifugiati,
i mutamenti socio-economici che interessano il mercato del lavoro, i processi di impoverimento e di esclusione sociale,
le pratiche e le relazioni di potere che connotano la costruzione dell’alterità.
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domenica 10 maggio 2026
L’omicidio di Bakary Sako e la normalizzazione della violenza razzista
Cosa resta della solidarietà di classe? The Old Oak di Ken Loach
di Antonio Ciniero
Mi sono imbattuto solo ora nella visione di “The Old Oak” (2023), l’ultimo film di Ken Loach. Un film straordinario.
Attraverso la storia di un vecchio pub in un ex villaggio minerario del Nord dell’Inghilterra, Loach riesce ancora una volta a raccontare con lucidità e profondità le fratture del capitalismo contemporaneo: gli effetti della deindustrializzazione, l’impoverimento dei ceti popolari, il senso di abbandono di intere aree geografiche e sociali, ma anche le tensioni che attraversano le “comunità” quando la povertà viene trasformata in una contemporanea strategia di divide et impera che assume sempre più la forma della cosiddetta “guerra tra poveri”.
L’arrivo di alcune famiglie di rifugiati siriani nel paese diventa il detonatore di paure, rancore e conflitti, ma anche l’occasione per interrogarsi su cosa resti oggi della solidarietà di classe e della capacità di costruire legami collettivi. Il vecchio pub “The Old Oak”, ultimo spazio comunitario rimasto aperto, diventa così il simbolo fragile di una possibilità di resistenza sociale e umana.
Uno di quei spazi, sempre più minacciati dai processi che spingono verso l’individualismo più sfrenato, che - per utilizzare categorie del secolo scorso ormai quasi scomparse dal lessico pubblico e, spesso, anche dalla riflessione scientifica - potevano favorire il passaggio dalla “classe in sé” alla “classe per sé”.
Loach legge le trasformazioni del lavoro, della marginalità e delle disuguaglianze con una profondità che pochi analisti riescono ad avere. E lo fa senza retorica, mostrando come precarietà, impoverimento e insicurezza possano produrre chiusura e ostilità, ma anche - quando emergono relazioni, memoria e mutualismo - forme inattese di solidarietà.
Il film è disponibile su raiplay.
giovedì 30 aprile 2026
In ricordo di Monica McBritton
di Antonio Ciniero
Lo scorso anno, con l’improvvisa
scomparsa della professoressa Monica McBritton abbiamo perso una studiosa rigorosa
e di grande livello. Ho avuto la fortuna di incrociare il percorso umano e
scientifico di Monica nel lontano 2007, quando coordinava una ricerca dal
titolo “La discriminazione etnica nel lavoro pubblico e privato: monitoraggio
ed effettività delle tutele”. Era una delle prime ricerche, se non la prima in
assoluto, a cui ho preso parte. E non è un dettaglio secondario: perché
quell’esperienza, per molti versi fondativa anche per il mio percorso, portava
già dentro alcuni dei nodi che Monica avrebbe continuato a interrogare con
grande coerenza negli anni successivi: non solo studiare le regole, ma
interrogarsi, e impegnarsi in prima persona, sempre in relazione con altri,
affinché tali regole avessero carattere emancipativo.
Da allora, non ricordo nemmeno
più quante siano state le occasioni di confronto e di ricerca condivisa. Ciò
che però ricordo con chiarezza è la qualità di questi incontri: la capacità di
Monica di tenere insieme profondità analitica e attenzione concreta alle
condizioni reali delle persone; il suo modo di attraversare i dispositivi
giuridici senza mai perderne di vista gli effetti sociali; la sua attitudine a
porre domande scomode, senza indulgere in semplificazioni.
Monica McBritton ha dedicato i
suoi studi al diritto del lavoro, con una particolare attenzione alle forme di
contrasto dello sfruttamento e alla relazione, tutt’altro che lineare, tra
diritto del lavoro e diritto delle migrazioni. Ed è proprio qui che il suo
lavoro continua a interpellarci in modo diretto. Perché ci ha insegnato che lo
sfruttamento non può essere letto soltanto come deviazione o illegalità, ma
come un fenomeno che si annida anche dentro le pieghe della regolazione, nelle
asimmetrie tra status giuridici, nelle condizioni di accesso differenziato
ai diritti.
In questo senso, il suo
contributo è stato prezioso anche per chi, come me, si occupa di sfruttamento
lavorativo e caporalato da una propstettiva sociologica. Monica ha sempre insistito su un punto cruciale: che
la vulnerabilità non è un dato naturale, ma una condizione spesso prodotta – o
quantomeno amplificata – da assetti normativi e istituzionali. E che proprio
per questo, il contrasto allo sfruttamento non può limitarsi alla repressione,
ma deve interrogare in profondità il modo in cui il diritto costruisce,
distribuisce o nega protezione.
Allo studio, Monica ha sempre
affiancato un impegno concreto nell’associazionismo e nel sindacato. Non come
dimensione separata, ma come prosecuzione naturale del suo lavoro di ricerca.
C’era, nel suo percorso, una coerenza rara: tra ciò che studiava, ciò che
insegnava e ciò che praticava. L’idea di una società più equa, più giusta, in
cui – come amava dire – nessuno fosse straniero, non era per lei uno slogan, ma
un orizzonte di impegno civile e politico, perché il suo modo di fare ricerca
era già, in sé, una forma di impegno, e il suo impegno era sempre profondamente
intrecciato, prima ancora che informato, con il lavoro scientifico
Ricordarla oggi significa allora
non soltanto restituire il profilo di una studiosa rigorosa e appassionata, ma
anche assumere, almeno in parte, la responsabilità di proseguire nell’intento
di porre domande, specie quelle scomode, quelle che mettono in luce gli intrecci
perversi che generano asimmetrie di potere e forme di sfruttamento. Dobbiamo continuare
a interrogare, come faceva Monica, il rapporto tra diritto e disuguaglianza,
tra lavoro e cittadinanza, tra inclusione formale e condizioni materiali di vita.
Per chi ha avuto la fortuna di
lavorare con lei, resta anche qualcosa di più intimo e difficile da dire: un
modo di stare nella ricerca e nelle relazioni che lascia traccia. Una misura,
un’attenzione, una serietà che non erano mai distanti dalla profonda umanità
con cui Monica attraversava il mondo.
sabato 25 aprile 2026
Decreto sicurezza o insicurezza per decreto? Come si riducono i diritti di tutti, iniziando dal ridurli ai cittadini stranieri.
di Antonio Ciniero
Il cosiddetto decreto sicurezza approvato oggi produce almeno tre effetti rilevanti.
1) Il consolidamento di un paradigma fondato sul contenimento e sul controllo.
2) Il rafforzamento delle frontiere interne: non più soltanto gestione dei confini esterni, ma organizzazione interna delle popolazioni migranti attraverso dispositivi amministrativi, detentivi e procedurali.
3) La stabilizzazione dell’eccezione: deroghe estese fino al 2028 e ricorso sistematico al decreto-legge contribuiscono a legittimare una (non) emergenza che si conferma struttura ordinaria di governo.
L’adozione dell’ennesimo decreto sicurezza alla vigilia del 25 aprile non è un dettaglio neutro. È una scelta che produce uno scarto evidente tra il significato pubblico di quella data — la liberazione dal nazifascismo e l'affermazione dei principi costituzionali — e un intervento normativo che, in più punti, comprime garanzie, amplia spazi di eccezione e rafforza dispositivi di controllo di ispirazione chiaramente fascista. Più che una coincidenza, appare come una frattura simbolica: da un lato la memoria di un ordinamento fondato sui diritti, dall’altro l’estensione di strumenti che tendono a sospenderli, almeno per alcuni.
È nei Centri Per il Rimpatrio — nei loro meccanismi di espansione, gestione e regolazione — che questa trasformazione appare nella sua forma più nitida. Se si vuole cogliere il senso profondo del decreto, è nella disciplina della (non) accoglienza, e in particolare negli interventi che riguardano i Centri di permanenza per il rimpatrio, che bisogna guardare.
1. Espansione dei CPR e deroga all’ordinamento ordinario.
Il passaggio più significativo è contenuto nell’articolo 30, che autorizza il Ministero dell’interno, fino al 31 dicembre 2028, a derogare alle disposizioni di legge — con l’eccezione di quelle penali, antimafia e dell’Unione europea — per la realizzazione, ristrutturazione e gestione dei centri. Non si tratta di una semplice accelerazione amministrativa, ma di una sospensione selettiva dell’ordinamento ordinario in un ambito estremamente sensibile: quello della detenzione amministrativa degli stranieri.
Le deroghe possono incidere su:
-procedure di appalto e affidamento, con possibili riduzioni di trasparenza e concorrenza;
- vincoli urbanistici e autorizzativi;
- standard ordinari di gestione e controllo dei servizi.
L’effetto è duplice: da un lato si accelera la costruzione e l’ampliamento dei CPR; dall’altro si istituisce uno spazio giuridico eccezionale, in cui le garanzie sono compresse in nome dell’urgenza. In questo quadro, la detenzione amministrativa tende a consolidarsi non come misura residuale, ma come infrastruttura stabile di governo della mobilità.
2. Affidamenti diretti e gestione opaca.
Questa logica si rafforza con l’articolo 32, che consente l’affidamento diretto alla Croce Rossa Italiana delle attività definite “umanitarie” nei CPR, sempre fino al 2028.
Il nodo non è tanto il soggetto, quanto il meccanismo:
- si bypassano procedure trasparenti;
- si concentra la gestione in pochi attori;
- si riduce la tracciabilità pubblica delle scelte.
Il rischio, molto concreto, è quello di una esternalizzazione poco trasparente della gestione di spazi di sospensione del diritto, in cui soggetti a vocazione umanitaria operano dentro dispositivi detentivi che negano l'essenza stessa dell'umanità, con una tensione strutturale tra funzione assistenziale e funzione di controllo che sarà sempre più schiacciata sul secondo polo.
3. Incentivi economici e rimpatrio “assistito”.
L’articolo 30-bis, così come modificato a seguito delle osservazioni della Presidenza della Repubblica, interviene sui programmi di rimpatrio volontario assistito ridimensionando alcuni degli elementi più critici presenti nella versione originaria. In particolare, il compenso previsto (circa 615 euro) non è più riconosciuto esclusivamente agli avvocati né subordinato all’effettiva partenza dello straniero, ma viene corrisposto per ogni pratica seguita, indipendentemente dall’esito. Inoltre, viene eliminato il coinvolgimento diretto del Consiglio Nazionale Forense nel pagamento dei compensi.
Queste modifiche attenuano il rischio più evidente di una remunerazione direttamente legata al rimpatrio, che avrebbe potuto creare un incentivo distorto verso la conclusione della procedura. Tuttavia, resta una questione di fondo: l’introduzione di un meccanismo economico all’interno di un ambito così delicato continua a produrre una possibile ambiguità tra tutela dei diritti e gestione amministrativa delle partenze.
Anche in assenza di un legame diretto tra compenso ed esito, il dispositivo rischia comunque di orientare le pratiche verso una logica di gestione del rimpatrio più che di pieno accompagnamento giuridico, soprattutto in contesti segnati da vulnerabilità e asimmetrie informative.
4. Notifiche via PEC e accesso effettivo ai diritti.
La possibilità di notificare atti anche via PEC apparentemente è solo una misura tecnica, ma nella prassi solleverà una questione sostanziale: quanto è effettivamente accessibile questo strumento per i destinatari?
In contesti segnati da precarietà abitativa, fragilità linguistica e discontinuità amministrativa, la digitalizzazione delle notifiche può tradursi in una riduzione concreta delle garanzie procedurali, rendendo più difficile esercitare il diritto di difesa nei tempi previsti.
5. Accesso alla giustizia e fine del patrocinio automatico.
Il quadro si completa con l’abolizione del gratuito patrocinio automatico per i ricorsi contro l’espulsione.
La conseguenza è chiara: l’accesso alla giustizia viene subordinato alla capacità economica. Si tratta di un passaggio critico perché incide direttamente su:
- il diritto di difesa (art. 24 Cost.);
- l’effettività della tutela giurisdizionale;
- l’uguaglianza sostanziale.
La giustizia sarà così sempre più selettiva, in sfregio della frase che campeggia in tutti i tribunali italiani "La legge è uguale per tutti", perchè saranno proprio i soggetti più vulnerabili che incontreranno maggiori ostacoli nell’attivare le garanzie previste dall’ordinamento.
Più che un intervento emergenziale, il decreto consolida un modello: la gestione della migrazione come questione di sicurezza, affidata a strumenti eccezionali che tendono a diventare permanenti.
Il punto più delicato non è tanto e solo ciò che queste norme producono oggi, ma ciò che renderanno possibile domani: uno slittamento progressivo del confine tra diritto e amministrazione, tra garanzia e controllo.
Ed è proprio da qui che la questione smette di riguardare soltanto i cittadini stranieri. Perché quando una garanzia viene compressa ai margini, non resta mai confinata lì: tende, nel tempo, a ridefinire l’intero spazio dei diritti e, purtroppo, non dovremo molto... basti vedere gli articoli che comprimono le libertà personali in occasione di manifestazioni presenti in questo stesso decreto. La direzione è chiara, a noi, ai cittadini, ai presidi di democrazia, il compito di invertire la rotta!
venerdì 27 marzo 2026
Sempre a proposito di antiziganismo e cronaca locale: quando “fare luce” significa selezionare cosa vedere
di Antonio Ciniero
giovedì 26 marzo 2026
Antiziganismo e pregiudizio. La costruzione del “problema” Panareo nel racconto della cronaca locale
Antonio Ciniero
Nelle ultime
settimane, sulla Gazzetta del Mezzogiorno sono stati pubblicati diversi
articoli che hanno la pretesa di raccontare decenni di vita del campo sosta
Panareo consegnando all’immaginario pubblico un quadro molto riduttivo, colmo
di stereotipi. Il registro oscilla tra il sensazionalismo e la superficialità.
Non è la prima volta e, proprio per ciò, il copione è noto.
Una narrazione
che si presenta come approfondimento, persino come inchiesta, ma che in realtà
funziona attraverso un meccanismo molto più semplice: accostare elementi
diversi, senza esplicitarne i nessi, fino a costruire un’atmosfera di sospetto.
Il punto non è
soltanto il tono - un racconto che richiama romanzi criminali già ampiamente
codificati, una sorta di Gomorra in salsa salentina - ma il modo stesso
in cui il problema viene costruito.
Riporto giusto un paio di esempi:
“I dati
raccontano di una comunità giovane, in parte nata e cresciuta a Lecce,
monitorata da una rete di interventi pubblici che punta a prevenire dispersione
scolastica e devianza. Resta però la necessità di comprendere fino in fondo se
e quanto questa rete sia sufficiente a intercettare eventuali zone d’ombra,
soprattutto alla luce delle indagini che negli ultimi anni hanno lambito l’area
e i suoi collegamenti esterni. Perché tra integrazione dichiarata, stanzialità
acquisita e controlli rafforzati, la vera domanda è se il campo rappresenti
soltanto una periferia fragile da sostenere o anche un nodo da decifrare dentro
scenari investigativi più ampi”.
In questo
passaggio, a partire da dati su interventi sociali e processi di radicamento,
si introduce il riferimento a “zone d’ombra” e “indagini”, fino a suggerire un
possibile legame con scenari investigativi più ampi. Non viene affermato nulla
in modo esplicito, ma si costruisce una continuità implicita tra piani diversi.
Un secondo
esempio, ancora più esplicito:
“‘No riprende
auto, no riprende auto!’ […] L’assalto al portavalori dello scorso 9 febbraio
[…] ha riacceso i riflettori su quel luogo, noto alle cronache per furti,
ricettazione e spaccio di droga […] La vicenda pone interrogativi […] che fanno
il paio con l’attività degli investigatori proprio all’interno e intorno a
quell’area”.
Qui il salto è
ancora più evidente: un fatto specifico, che ha avuto una certa eco mediatica —
l’assalto a un portavalori sulla strada che collega Brindisi a Lecce — viene
accostato al campo attraverso una sequenza di richiami (“luogo noto”, “attività
investigativa”, “responsabilità diffuse”) che suggeriscono un legame senza mai
dimostrarlo. Anche in questo caso, il nesso non viene argomentato o dimostrato:
è semplicemente evocato con termini vaghi e allusivi.
Se si
sostituisse il riferimento al campo con quello a un qualsiasi quartiere
periferico di Lecce o del suo hinterland, l’effetto apparirebbe immediatamente
forzato. Ed è proprio questo scarto a rendere visibile il ruolo degli
stereotipi - e in particolare dell’antiziganismo - nel rendere plausibili certe
associazioni.
Il risultato è
una rappresentazione che non si limita a descrivere, ma contribuisce a produrre
il problema che dichiara di osservare, rafforzando un senso comune in cui
marginalità, devianza e pericolosità tendono a sovrapporsi, diventando quasi
indistinguibili.
Si tratta di
una modalità ben nota nelle scienze sociali: la costruzione di un frame
emergenziale attraverso l’aggregazione arbitraria di indicatori diversi, che
finiscono per essere percepiti come reciprocamente significativi anche in
assenza di un nesso dimostrato.
Come ho detto,
se lo stesso schema fosse applicato a una città, risulterebbe forzato. Ma,
quando l’oggetto è un campo rom, quel salto logico diventa plausibile. È qui
che entrano in gioco pregiudizi e stereotipi sedimentati e dispositivi
discorsivi profondamente radicati: una forma di antiziganismo che non si
esprime necessariamente in modo esplicito, ma opera proprio attraverso queste
associazioni implicite, rendendo “naturale” ciò che in altri contesti apparirebbe
arbitrario.
Il risultato è
una rappresentazione che non descrive semplicemente una realtà, ma contribuisce
a produrla. In questo modo, ciò che si presenta come analisi orienta lo sguardo
verso la paura, più che la sicurezza e l’ordine pubblico, lasciando sullo
sfondo ciò che davvero conta: le responsabilità strutturali e istituzionali che
hanno costruito, nel tempo, forme di segregazione su base etnica, più volte
denunciate dall’European Roma Rights Centre e ampiamente documentate dalla
letteratura nazionale e internazionale sul tema che ha mostrato come proprio
l’antiziganismo costituisca una chiave di lettura fondamentale per comprendere
la persistenza di questi dispositivi.
Continuare a
raccontare questi luoghi con queste modalità non è neutro. Significa
contribuire a definire il problema in termini distorti e, di conseguenza,
orientare anche le risposte pubbliche e politiche nella stessa direzione.
È una
distorsione – e anche una strumentalizzazione - che dura da oltre quarant’anni,
e che continua a riprodursi sempre uguale a se stessa.