di Antonio Ciniero
C’è un modo ricorrente di intendere l’“inchiesta” come gesto che “fa luce”. La luce però può essere selettiva, orientata, capace di confermare più che interrogare, a partire da ciò che si sceglie di illuminare. È proprio in questa selettività dello sguardo — spesso inconsapevole — che l’antiziganismo si insinua e si riproduce. Quando poi questo sguardo entra nella costruzione del discorso pubblico, l’attenzione non è più solo opportuna, ma necessaria.
Scrive sulla sua pagina pubblica chi ha realizzato l’“inchiesta” dedicata al — cito da sottotitolo di uno degli articoli — “famigerato” campo Panareo della città di Lecce, pubblicata a puntate sulle pagine de La Gazzetta del Mezzogiorno, in cui mi sono imbattuto nell’ambito di un lavoro di analisi su come l’antiziganismo informi il discorso pubblico (non riporto il nome di chi ha realizzato l’inchiesta perché il problema non è il singolo caso, ma la modalità di cui questo caso è esemplificativo):
“Quell'inchiesta nasce per accendere un riflettore sul campo Panareo e al momento seppure parzialmente l'obiettivo è stato centrato. E nasce soprattutto non per perseguire o perseguitare qualcuno, che non è nostro mestiere né umana cifra, ma per illuminare quel qualcuno e per sondare le possibilità di una integrazione reale”.
Se non fosse espressione di uno sguardo profondamente asimmetrico — e, per molti aspetti, riconducibile a uno sguardo coloniale — ci sarebbe qualcosa di quasi poetico in questa idea di “inchiesta” come gesto illuminante: il salvatore, in questo caso in veste di giornalista, che arriva, accende il riflettore e — bontà sua — rende visibile “quel qualcuno”. Un’operazione quasi salvifica, verrebbe da dire.
Colpisce anche la premura nel precisare che non si intende “perseguire o perseguitare”. Ci mancherebbe. Qui non si perseguita nessuno: si illumina. È una luce selettiva, evidentemente, che non abbaglia chi la accende — perché guidata da uno sguardo già orientato — ma abbaglia chi la subisce: gli abitanti del campo, in primis, e i lettori, in secondo luogo.
E poi l’integrazione, evocata come orizzonte nobile. “Sondarne le possibilità”, si dice. Ma viene da chiedersi: questo sondaggio passa anche dall’ascolto, oppure basta puntare il riflettore, osservare, magari fotografare o fare qualche suggestiva ripresa aerea con un drone, da lontano? Qualcuno, tra gli abitanti del campo, è stato interpellato? Quante donne e quanti uomini sono stati ascoltati? Con quante famiglie si è sorseggiato un caffè per “sondare” con loro (e non per loro) quale sia un possibile percorso di inclusione? O l’idea è che la realtà si lasci comprendere semplicemente esponendola alla luce, senza il disturbo delle voci di chi la abita? Dalla ricostruzione proposta emerge soprattutto una distanza tra chi osserva e chi è osservato, più che un processo dialogico capace di includere le voci dei soggetti direttamente interessati.
Questo modo di fare inchiesta tende a risultare molto rassicurante: non disturba davvero, non mette in discussione chi guarda e, soprattutto, non rischia di complicarsi con la fatica dell’ascolto. Basta accendere la luce giusta e la realtà — docile — dovrebbe finalmente mostrarsi per quello che si è già deciso che sia.
Sebbene questo tipo di approccio non sia un’esclusiva delle cosiddette inchieste sui campi rom — si pensi alle tante iniziative analoghe che “gettano luce” sulle “periferie” o sulle “gang composte da giovani di seconda generazione” — nel caso dei luoghi identificati come campi rom si assiste a una particolare ridondanza di questo sguardo. Si tratta di narrazioni che privilegiano una prospettiva esterna, fortemente distaccata, più orientata a descrivere l’idea che si ha di un luogo che la complessità del luogo stesso.
Le modalità con cui si costruisce l’ipervisibilità mediatica che accompagna questi contesti — ampiamente documentate in letteratura e oggetto di attenzione anche da parte di istituzioni come l’UNAR e il Consiglio d’Europa — si inseriscono in un quadro più ampio, segnato dalla persistenza di forme strutturali di antiziganismo. Una forma di discriminazione che associa sistematicamente i campi — o chiunque vi abiti — alla devianza, al degrado, alla mancanza di valori. E che tende a oscurare, tanto per fare qualche esempio, i tanti giovani del Panareo che, nonostante gli effetti stigmatizzanti e le dinamiche di esclusione che il campo, in quanto dispositivo socio-spaziale, produce, hanno concluso percorsi scolastici secondari e trovato un lavoro stabile da anni, o coloro che, pur essendo nati e cresciuti all’interno del campo, hanno costruito percorsi di vita e famiglie al di fuori di esso, superando le difficoltà aggiuntive che un’istituzione totalizzante come il campo produce nei percorsi biografici.
Questa complessità, semplicemente, resta fuori: non perché non esista, ma perché difficilmente rientra in ciò che si sceglie di illuminare e forse anche perché risultano più “attrattive” narrazioni che suggeriscono connessioni implicite e non dimostrate tra episodi di cronaca e il campo Panareo.
Eppure, è proprio in questo scarto — tra ciò che si mostra e ciò che si lascia nell’ombra — che si producono le rappresentazioni che poi orientano il senso comune e gli interventi pubblici. Raccontare questi luoghi, dunque, non è mai un gesto neutro: significa contribuire a definire una certa questione in termini corretti oppure distorti e, insieme, il perimetro delle soluzioni che si riterranno possibili.
Nessun commento:
Posta un commento