di Antonio Ciniero
Mi sono imbattuto solo ora nella visione di “The Old Oak” (2023), l’ultimo film di Ken Loach. Un film straordinario.
Attraverso la storia di un vecchio pub in un ex villaggio minerario del Nord dell’Inghilterra, Loach riesce ancora una volta a raccontare con lucidità e profondità le fratture del capitalismo contemporaneo: gli effetti della deindustrializzazione, l’impoverimento dei ceti popolari, il senso di abbandono di intere aree geografiche e sociali, ma anche le tensioni che attraversano le “comunità” quando la povertà viene trasformata in una contemporanea strategia di divide et impera che assume sempre più la forma della cosiddetta “guerra tra poveri”.
L’arrivo di alcune famiglie di rifugiati siriani nel paese diventa il detonatore di paure, rancore e conflitti, ma anche l’occasione per interrogarsi su cosa resti oggi della solidarietà di classe e della capacità di costruire legami collettivi. Il vecchio pub “The Old Oak”, ultimo spazio comunitario rimasto aperto, diventa così il simbolo fragile di una possibilità di resistenza sociale e umana.
Uno di quei spazi, sempre più minacciati dai processi che spingono verso l’individualismo più sfrenato, che - per utilizzare categorie del secolo scorso ormai quasi scomparse dal lessico pubblico e, spesso, anche dalla riflessione scientifica - potevano favorire il passaggio dalla “classe in sé” alla “classe per sé”.
Loach legge le trasformazioni del lavoro, della marginalità e delle disuguaglianze con una profondità che pochi analisti riescono ad avere. E lo fa senza retorica, mostrando come precarietà, impoverimento e insicurezza possano produrre chiusura e ostilità, ma anche - quando emergono relazioni, memoria e mutualismo - forme inattese di solidarietà.
Il film è disponibile su raiplay.