Cerca nel blog

giovedì 30 aprile 2026

In ricordo di Monica McBritton


 

di Antonio Ciniero

 

Lo scorso anno, con l’improvvisa scomparsa della professoressa Monica McBritton abbiamo perso una studiosa rigorosa e di grande livello. Ho avuto la fortuna di incrociare il percorso umano e scientifico di Monica nel lontano 2007, quando coordinava una ricerca dal titolo “La discriminazione etnica nel lavoro pubblico e privato: monitoraggio ed effettività delle tutele”. Era una delle prime ricerche, se non la prima in assoluto, a cui ho preso parte. E non è un dettaglio secondario: perché quell’esperienza, per molti versi fondativa anche per il mio percorso, portava già dentro alcuni dei nodi che Monica avrebbe continuato a interrogare con grande coerenza negli anni successivi: non solo studiare le regole, ma interrogarsi, e impegnarsi in prima persona, sempre in relazione con altri, affinché tali regole avessero carattere emancipativo.

Da allora, non ricordo nemmeno più quante siano state le occasioni di confronto e di ricerca condivisa. Ciò che però ricordo con chiarezza è la qualità di questi incontri: la capacità di Monica di tenere insieme profondità analitica e attenzione concreta alle condizioni reali delle persone; il suo modo di attraversare i dispositivi giuridici senza mai perderne di vista gli effetti sociali; la sua attitudine a porre domande scomode, senza indulgere in semplificazioni.

Monica McBritton ha dedicato i suoi studi al diritto del lavoro, con una particolare attenzione alle forme di contrasto dello sfruttamento e alla relazione, tutt’altro che lineare, tra diritto del lavoro e diritto delle migrazioni. Ed è proprio qui che il suo lavoro continua a interpellarci in modo diretto. Perché ci ha insegnato che lo sfruttamento non può essere letto soltanto come deviazione o illegalità, ma come un fenomeno che si annida anche dentro le pieghe della regolazione, nelle asimmetrie tra status giuridici, nelle condizioni di accesso differenziato ai diritti.

In questo senso, il suo contributo è stato prezioso anche per chi, come me, si occupa di sfruttamento lavorativo e caporalato da una propstettiva sociologica. Monica ha sempre insistito su un punto cruciale: che la vulnerabilità non è un dato naturale, ma una condizione spesso prodotta – o quantomeno amplificata – da assetti normativi e istituzionali. E che proprio per questo, il contrasto allo sfruttamento non può limitarsi alla repressione, ma deve interrogare in profondità il modo in cui il diritto costruisce, distribuisce o nega protezione.

Allo studio, Monica ha sempre affiancato un impegno concreto nell’associazionismo e nel sindacato. Non come dimensione separata, ma come prosecuzione naturale del suo lavoro di ricerca. C’era, nel suo percorso, una coerenza rara: tra ciò che studiava, ciò che insegnava e ciò che praticava. L’idea di una società più equa, più giusta, in cui – come amava dire – nessuno fosse straniero, non era per lei uno slogan, ma un orizzonte di impegno civile e politico, perché il suo modo di fare ricerca era già, in sé, una forma di impegno, e il suo impegno era sempre profondamente intrecciato, prima ancora che informato, con il lavoro scientifico

Ricordarla oggi significa allora non soltanto restituire il profilo di una studiosa rigorosa e appassionata, ma anche assumere, almeno in parte, la responsabilità di proseguire nell’intento di porre domande, specie quelle scomode, quelle che mettono in luce gli intrecci perversi che generano asimmetrie di potere e forme di sfruttamento. Dobbiamo continuare a interrogare, come faceva Monica, il rapporto tra diritto e disuguaglianza, tra lavoro e cittadinanza, tra inclusione formale e condizioni materiali di vita.

Per chi ha avuto la fortuna di lavorare con lei, resta anche qualcosa di più intimo e difficile da dire: un modo di stare nella ricerca e nelle relazioni che lascia traccia. Una misura, un’attenzione, una serietà che non erano mai distanti dalla profonda umanità con cui Monica attraversava il mondo.


Nessun commento:

Posta un commento