di Antonio Ciniero
La notizia degli arresti eseguiti
all’alba di oggi (18 maggio) - dodici persone accusate di tratta, caporalato e
sfruttamento lavorativo ai danni di braccianti indiani - non rappresenta
purtroppo un’eccezione. È, piuttosto, l’ennesima manifestazione di un sistema
che continua a produrre vulnerabilità, ricattabilità e sfruttamento come
effetti strutturali del modo in cui in Italia viene regolato l’ingresso dei
lavoratori migranti. Le misure cautelari sono state eseguite tra le province di
Potenza, Matera, Salerno, Piacenza e Lecco, a conferma di una filiera dello
sfruttamento che attraversa territori, settori produttivi e reti criminali ben
oltre il solo contesto agricolo locale.
Secondo quanto ricostruito dalla
Direzione distrettuale antimafia di Potenza, decine di lavoratori avrebbero
pagato tra gli 8.500 e i 13mila euro per ottenere un ingresso in Italia
attraverso il sistema dei decreti flussi. Una volta arrivati, si sarebbero
ritrovati intrappolati in condizioni definite dagli inquirenti di “moderna
schiavitù”: turni estenuanti oltre le dodici ore, salari irrisori, alloggi
degradati, privazione della libertà personale, minacce legate al rilascio del
permesso di soggiorno e una condizione permanente di soggezione economica e
psicologica dovuta ai debiti contratti per poter partire.
La questione centrale, però, è
che queste vicende non possono essere lette semplicemente come deviazioni
criminali o patologie marginali del sistema. Al contrario, sono profondamente
intrecciate con il funzionamento ordinario delle politiche migratorie italiane
ed europee. Le forme che assume il grave sfruttamento lavorativo e il
cosiddetto caporalato sono in larga parte, come da decenni mostrano gli studi
sul tema, il prodotto delle contraddizioni e delle disfunzioni dell’apparato
normativo dedicato alla governance delle migrazioni.
I dati relativi al biennio
2023–2024 analizzati e diffusi dalla campagna “Ero straniero” mostrano con
particolare evidenza l’inefficacia strutturale del sistema dei decreti flussi
rispetto agli obiettivi dichiarati di regolazione e programmazione degli ingressi
per lavoro. A fronte di 278.700 quote previste e di 247.597 quote assegnate,
sono state presentate circa 1,3 milioni di domande di assunzione. Ma il dato
più inquietante emerge osservando il passaggio finale della filiera
amministrativa. Solo 158mila domande hanno portato al rilascio del nulla osta
e, di questi nulla osta, solo 61.941 sono divenuti visti di ingresso rilasciati,
dunque persone entrate regolarmente in Italia attraverso il sistema dei decreti
flussi. Eppure, di queste circa 62mila persone entrate regolarmente in Italia,
solo 25.499 hanno poi avuto accesso effettivo a un permesso di soggiorno per
lavoro.
Detto in altri termini, questo
significa che oltre 36mila persone, pur essendo entrate legalmente nel
territorio italiano, scompaiono dal radar della regolarità amministrativa. Non
spariscono però dal mercato del lavoro italiano. Spariscono soltanto dalla
protezione giuridica. È qui che il discorso cambia radicalmente. Perché la
domanda da porsi non è soltanto perché il sistema non funzioni, ma che fine
facciano concretamente queste persone. In quali settori lavorano oggi? In quali
condizioni? Dentro quali reti di dipendenza, informalità e sfruttamento vengono
assorbite?
Pensare che decine di migliaia di
lavoratori entrati regolarmente evaporino semplicemente nel nulla sarebbe
ovviamente assurdo. Più realisticamente, una parte consistente di queste
persone finisce dentro quell’enorme area grigia del lavoro irregolare che
attraversa agricoltura, logistica, edilizia, ristorazione, cura domestica e
servizi.
È difficile immaginare una
rappresentazione più chiara dell’inefficacia di questo meccanismo. Eppure,
nonostante ciò, il dibattito pubblico continua a descrivere i decreti flussi
come uno strumento di “governo ordinato” delle migrazioni per lavoro. In realtà,
il loro funzionamento concreto produce spesso l’effetto opposto: alimenta
mercati paralleli della mobilità e dell’intermediazione, rafforza il potere di
reti informali (e in non pochi casi criminali) e costringe migliaia di
lavoratori a entrare in rapporti di dipendenza estrema.
La radice di questa distorsione è
nota da oltre vent’anni. Con la Bossi-Fini del 2002, il sistema d’ingresso per
lavoro è stato costruito attorno a un presupposto sostanzialmente irrealistico:
l’idea che domanda e offerta di lavoro possano incontrarsi a distanza, prima
della mobilità, attraverso procedure amministrative centralizzate. Come se
esistesse una sorta di ufficio di collocamento planetario capace di selezionare
lavoratori all’estero sulla base dei bisogni immediati del mercato italiano.
Ma il mercato del lavoro reale
non funziona così. Da decenni la sociologia economica e delle migrazioni mostra
che l’incontro tra domanda e offerta passa attraverso reti sociali, presenza
territoriale, conoscenze informali, relazioni fiduciarie e percorsi di mobilità
già avviati. Pretendere di governare questi processi ignorandone il
funzionamento concreto significa produrre inevitabilmente disfunzioni,
irregolarità e spazi di intermediazione opaca.
Non prevedere canali realistici
di ingresso per ricerca di lavoro significa infatti lasciare i lavoratori nelle
mani di chi controlla concretamente l’accesso alla mobilità: intermediari,
caporali, agenzie informali, reti criminali e datori di lavoro disposti a
monetizzare il bisogno di documenti e regolarità. È esattamente ciò che emerge
anche dall’inchiesta di Potenza, dove le pratiche legate ai decreti flussi
diventavano parte integrante di una filiera transnazionale dello sfruttamento.
Per anni la politica italiana ha
dichiarato di voler combattere la “clandestinità”, senza però interrogarsi sul
fatto che è proprio la struttura normativa vigente a produrre sistematicamente
condizioni di irregolarità. I decreti flussi hanno finito così per funzionare
non come uno strumento di programmazione degli ingressi, ma come una sorta di
sanatoria “mascherata”, incapace persino di regolarizzare in modo stabile
lavoratori già inseriti nel sistema economico italiano.
Continuare a riproporre questo
modello significa ignorare ciò che la realtà mostra ormai con evidenza: quando
si restringono i canali legali e realistici di ingresso, non si fermano le
migrazioni né il fabbisogno di lavoro. Si rafforzano, piuttosto, i circuiti
illegali che organizzano la mobilità, si ampliano le aree di ricattabilità
sociale e si consolidano le condizioni che rendono possibile lo sfruttamento
estremo.
Le alternative esistono, ma
richiedono un cambio radicale di paradigma. Tra queste vi sarebbe almeno
l’introduzione di un titolo di soggiorno per ricerca di lavoro, che consenta
alle persone di entrare legalmente sul territorio senza dipendere immediatamente
da un singolo datore di lavoro e senza essere costrette a indebitarsi con reti
informali o criminali.
Continuare invece a immaginare
frontiere rigidamente chiuse e ingressi selezionati attraverso meccanismi
amministrativi astratti significa, nei fatti, continuare ad alimentare proprio
quel sistema di sfruttamento che periodicamente si dichiara di voler combattere.
Finché il bisogno di mobilità continuerà a essere governato attraverso
dispositivi irrealistici e repressivi, il risultato non sarà la fine delle
migrazioni, ma l’espansione dei mercati dello sfruttamento che vivono proprio
di quella vulnerabilità prodotta istituzionalmente
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