La crisi a Ceuta dimostra che le persone diventano strumenti della geopolitica solo perché l'Europa ha costruito un sistema di frontiere che lo rende possibile.
Cosa spinge un padre a nuotare
per chilometri, dai due ai cinque a seconda del punto della costa marocchina da
cui si parte, insieme ai suoi cinque bambini? Cosa ha pensato mentre infilava
loro i giubbotti salvagente? Perché ha ritenuto meno rischioso affrontare il
mare che restare dov'era? Perché ha scelto una traversata nella quale sapeva di
poter morire, o di essere rimpatriato anche nel caso fosse riuscito a
raggiungere Ceuta?
In questi giorni sono almeno
sessanta le persone morte nel tentativo di arrivare nell'enclave spagnola.
Proviamo allora, almeno per un
momento, ad assumere la prospettiva di quel padre e dei suoi cinque figli. Cosa
avranno pensato mentre indossavano i giubbotti salvagente? Quali parole avrà
trovato quel padre per convincere dei bambini a entrare in mare? Quali paure li
accompagnavano mentre nuotavano nelle acque del Mediterraneo? E quale speranza
poteva essere così grande da essere più forte della paura della morte?
Se non si parte da queste
domande, gran parte delle dotte riflessioni che in questi giorni affollano il
dibattito pubblico, le iniziative propagandistiche dei governi e il continuo
rumore dei social perdono di senso. O, peggio ancora, rischiano di trasformarsi
in un oltraggio alla vita umana.
C'è chi legge quanto sta
accadendo esclusivamente attraverso la lente della geopolitica. Richiama le
tensioni tra Marocco e Spagna, il ruolo delle autorità marocchine che hanno
scelto di non impedire le partenze, lo scontro tra Spagna e gli altri governi europei,
tra Spagna USA e Israele, gli equilibri nel Mediterraneo... Tutto questo è
reale. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma se ci fermiamo qui, finiamo per guardare
soltanto all'ultimo atto di una storia molto più lunga e, soprattutto,
smettiamo di vedere quel padre e i suoi cinque figli.
In questi giorni si ripete spesso
che i flussi migratori vengono utilizzati come strumento di pressione
geopolitica. È vero. Ma proviamo a chiederci: perché questo è possibile?
È possibile perché gli Stati
europei hanno costruito negli ultimi quarant’anni, dagli Accordi di Schengen in
poi, un sistema fondato sulla chiusura delle frontiere, sulla loro
esternalizzazione e sulla delega del controllo migratorio a Paesi terzi, spesso
autoritari o comunque poco democratici. L’Unione Europea e i singoli Paesi dell’UE
hanno scelto di affidare ad altri il "lavoro sporco" del contenimento
delle migrazioni e, così facendo, hanno consegnato a quei governi un potente
strumento di ricatto.
Quando uno di questi Stati decide
di allentare i controlli non sta semplicemente sfruttando una debolezza
dell'Europa. Sta utilizzando una leva che l'Europa stessa ha costruito e
volontariamente messo nelle sue mani. La possibilità di utilizzare le persone
in movimento come strumento di pressione non nasce dunque dalle migrazioni in
sé, ma dal modello di governo delle migrazioni costruito dai Paesi del Nord
globale.
Non sono i "flussi" a diventare una pedina della geopolitica. Sono le persone, sono quel padre e i suoi cinque figli. È la loro vita a essere
trasformata in una leva negoziale, in uno strumento di pressione, in un mezzo
attraverso il quale gli Stati cercano di affermare i propri interessi. E questo
non accade perché sia inevitabile, ma perché è stato costruito un sistema
giuridico e politico che rende possibile farlo.
Questo è il punto a mio avviso
centrale. Ed è grave che anche una parte della sinistra sembri incapace di
sottrarsi a questa logica. Perché la differenza dovrebbe stare proprio qui: nel
non smettere mai di vedere le persone.
Questa situazione è in primo
luogo frutto delle conseguenze delle frontiere chiuse. Sono le leggi che, pur
non riuscendo a impedire gli ingressi, riescono perfettamente a produrre
irregolarità e morte. Più di trentamila persone hanno perso la vita nel
Mediterraneo solo negli ultimi dieci anni. Non perché esistano le migrazioni,
ma perché si è deciso che l'unico modo per migrare, per milioni di persone,
debba essere quello irregolare e pericoloso.
Su questo si regge principalmente
la macchina della propaganda utilizzata principalmente dalle forze di destra,
ma non completamente disdegnata da quelle di sinistra. Il governo italiano ha
sospeso l’accordo di Schengen con la Spagna. Ma quale effetto concreto dovrebbe
produrre? Nessuno. Tra Ceuta e il territorio continentale spagnolo esistono già
controlli rigidissimi. È un annuncio simbolico, utile soprattutto a trasmettere
l'idea che si stia facendo qualcosa. Chi oggi si scandalizza per la sospensione
di Schengen farebbe bene, prima ancora, a scandalizzarsi per le migliaia di
morti che quel sistema di frontiere produce ogni anno.
Le parole di ieri di Pedro
Sánchez non sono state neutre, hanno sancito una netta presa di posizione. Avrebbe potuto chiedere ai cittadini spagnoli
di provare a mettersi nei panni di quel padre e dei suoi cinque figli. Avrebbe
potuto dire che nessuna ragione geopolitica può cancellare il valore di quelle
vite. Invece ha ricordato che "la solidarietà è opzionale, i trattati
no". Ha mostrato dati per dimostrare che gli arrivi irregolari in Spagna
sono inferiori a quelli registrati in altri Paesi europei e ha rassicurato
l'opinione pubblica sul fatto che i rimpatri stanno procedendo rapidamente.
Vorrei invitare Pedro Sánchez a
essere presente a uno di quei rimpatri. A guardare negli occhi quel padre e i
suoi cinque figli mentre vengono riportati indietro. A spiegare loro, uno per
uno, perché la loro richiesta di una vita diversa deve essere respinta. Forse
soltanto allora ci si renderebbe conto di quanto la propaganda possa deformare
il nostro sguardo fino a rendere accettabile ciò che, visto da vicino, sarebbe
semplicemente insopportabile perché ignobile.
No, Pedro. Non limitarti a contare gli arrivi irregolari. Quei numeri raccontano solo una parte della realtà. L'immigrazione irregolare non è fatta soltanto di persone che attraversano il mare. È prodotta soprattutto da leggi che costruiscono irregolarità. In Spagna, come in gran parte d'Europa, la quota più consistente dell'irregolarità nasce dagli ingressi perfettamente regolari: persone che arrivano con un visto turistico e, una volta scaduto, rimangono perché nel proprio Paese non hanno alcuna possibilità di costruire un futuro.
Lo sai bene anche tu. Lo dimostra
la regolarizzazione straordinaria promossa dal tuo stesso governo: a fronte di
circa cinquecentomila posizioni previste, sono state presentate oltre un
milione di domande, in larga parte da cittadini latinoamericani. È
difficile sostenere che siano arrivati attraversando il Mediterraneo a nuoto.
Se volete davvero ridurre
l'irregolarità, create canali regolari. Se volete davvero fermare le morti,
togliete alle persone la necessità di affidarsi al mare.
Aprite le frontiere!
Lo so. Per molti questa è una
richiesta utopica, irresponsabile, perfino pericolosa. Ma è una mezza verità. Rendere
finalmente la libertà di movimento un diritto universale è incompatibile con un
modello di sviluppo che continua a fondarsi sulla disuguaglianza globale. Un
modello che ha bisogno di rendere la mobilità un privilegio per alcuni e una
colpa per altri; che trae vantaggio dall'esistenza di milioni di persone prive
di diritti, facilmente ricattabili proprio perché irregolari. Per questi motivi
la questione delle frontiere non riguarda soltanto le migrazioni. Riguarda il
modello di società che vogliamo costruire. Alla fine, la domanda resta sempre
la stessa.
Da che parte stiamo?
Dalla parte delle frontiere e dei
privilegi che esse difendono? O dalla parte di quel padre che, stringendo la
mano ai suoi cinque figli, ha scelto il mare perché tutto il resto gli appariva
ancora più pericoloso?
Non è una domanda astratta. È una
domanda politica. Ed è una domanda morale. Rosa Luxemburg la riassumeva in
un'alternativa semplice: socialismo o barbarie. Se quella parola oggi fa
paura, sostituitela pure con equità. Il senso non cambia.