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sabato 30 maggio 2026

Bakary Sako e la parola che manca: razzismo. Appello alle istituzioni e al mondo della scuola della città di Taranto

 


di Antonio Ciniero


Ho letto che il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, ha annunciato l’istituzione del 9 maggio, giorno dell’uccisione di Bakary Sako, come Giornata contro l’odio e la violenza, attraverso un percorso che coinvolgerà il mondo della scuola e le giovani generazioni.

A spiegare il senso dell’iniziativa sono le stesse parole del sindaco: «Istituiremo il 9 maggio la giornata contro l’odio e la violenza, grazie alla collaborazione con il mondo della scuola. (...) Metteremo in campo tutta una serie di iniziative che devono servire a educare, a informare soprattutto i più giovani, ma tutta la popolazione che deve fare dei passi in avanti unendosi e provando a dare una mano anche a quelle famiglie che vivono momenti di disagi importanti e che magari poi portano a determinate azioni».

Si tratta di un'iniziativa che nasce da intenzioni certamente condivisibili. Proprio per questo, però, ritengo necessario dire con chiarezza che parlare genericamente di odio e violenza significa non riconoscere fino in fondo ciò che è accaduto.

Non si tratta di una polemica politica. Al contrario. Quanto successo è troppo grave per essere ridotto a terreno di scontro. Ma è altrettanto grave che, a distanza di settimane dall'omicidio di Bakary Sako, si continui a evitare la parola che più di ogni altra aiuta a comprendere il significato di questa vicenda: razzismo.

Nessuno può negare l’esistenza di forme di disagio sociale, educativo e relazionale che attraversano molti territori. Né si può ignorare il progressivo indebolimento dei legami comunitari, la crisi delle agenzie educative e la crescente difficoltà delle istituzioni nel fornire risposte credibili alle nuove generazioni. Ma il disagio sociale, da solo, non spiega perché il bersaglio sia stato Bakary Sako. Per comprendere questo omicidio occorre interrogarsi sul ruolo che il razzismo continua a svolgere nella nostra società.

Bakary Sako non è stato ucciso da una generica violenza. Non è morto a causa di un astratto odio umano che potrebbe colpire chiunque indistintamente. È stato ucciso perché era un uomo nero, migrante, lavoratore, inserito in una posizione di vulnerabilità sociale costruita da pensiero coloniale, anni di esclusione, marginalizzazione e rappresentazioni pubbliche che continuano a indicare nello straniero un corpo estraneo, un problema, una minaccia.

Riconoscere la matrice razzista di questo omicidio non significa attribuire responsabilità collettive indistinte. Significa comprendere le condizioni che lo hanno reso possibile. Significa rifiutare la rassicurante narrazione dell'episodio isolato. Significa accettare che la violenza non nasce mai nel vuoto ma dentro un contesto sociale che la prepara, la alimenta e, troppo spesso – quando non si interviene in maniera adeguata – la normalizza.

Da oltre quarant'anni le politiche attuate e i discorsi pubblici che le hanno legittimate hanno costruito il fenomeno migratorio come una questione di sicurezza e di ordine pubblico. Lo straniero è stato trasformato in emergenza permanente. Le campagne elettorali, i dibattiti televisivi, una parte consistente dell'informazione e numerosi provvedimenti legislativi hanno contribuito a produrre una rappresentazione dei migranti come soggetti problematici, pericolosi, culturalmente incompatibili o economicamente ingombranti.

Le parole producono conseguenze. Le rappresentazioni costruiscono realtà sociali. Quando per decenni si insegna che alcune persone costituiscono un problema, non ci si può stupire se qualcuno finisce per considerarle meno degne di rispetto, meno degne di tutela, meno degne persino di vivere.

Per questa ragione considero un grave errore che le istituzioni e il mondo della scuola parlino soltanto di odio e violenza senza nominare il razzismo. Non perché ogni aggressione contro una persona straniera sia automaticamente razzista, ma perché in questo caso ignorare la dimensione razziale dell'accaduto significa cancellarne il significato sociale e politico.

La scuola non ha il compito di addolcire la realtà. Ha il compito di comprenderla e di fornire gli strumenti per interpretarla criticamente. Se si vuole davvero fare memoria di Bakary Sako, bisogna spiegare ai ragazzi che il razzismo non coincide soltanto con gli insulti, le svastiche o le ideologie apertamente suprematiste. Il razzismo è anche un sistema di rappresentazioni, pratiche e gerarchie che attribuisce valore diverso alle vite umane. È ciò che rende alcuni corpi più esposti alla violenza, allo sfruttamento, all'umiliazione e all'indifferenza.

I ragazzi e le ragazze hanno bisogno di verità. Hanno bisogno di capire perché un lavoratore arrivato dal Mali, sopravvissuto al deserto, alla Libia, alle frontiere militarizzate e al Mediterraneo, sia stato ucciso proprio qui, mentre si preparava ad andare a lavorare. Hanno bisogno di comprendere il rapporto che lega le discriminazioni quotidiane, i discorsi pubblici sull'immigrazione, la marginalità sociale e le forme più estreme della violenza.

Per questo rivolgo un appello in primo luogo alle istituzioni cittadine e al mondo della scuola. Fermatevi e riconoscete fino in fondo ciò che è accaduto.

Lo dovete anzitutto a Bakary Sako, il cui corpo martoriato ha lasciato Taranto per fare ritorno nel Mali, dove non potrà mai conoscere i figli che aspettava. Lo dovete alle nuove generazioni, che continuano a porre domande alle quali gli adulti hanno il dovere di rispondere. Lo dovete anche ai ragazzi “difficili” che dite di voler sostenere, perché nessun percorso educativo può funzionare se parte da una lettura sbagliata della realtà.

Non riconoscere il razzismo che ha contribuito a produrre l'assassinio di un lavoratore migrante significa sottrarsi a una responsabilità educativa e civile fondamentale. Significa lasciare senza risposta le domande più importanti. Significa impedire alla comunità di comprendere ciò che è realmente accaduto.

Esiste poi un ulteriore elemento che merita di essere sottolineato. Trasformare il 9 maggio in una generica giornata contro l'odio e la violenza equivale a decontestualizzare l'omicidio di Bakary Sako. Significa collocarlo in una categoria astratta, moralmente condivisibile ma politicamente innocua. Significa separare quella morte dalle condizioni storiche, sociali e culturali che l'hanno resa possibile.

Non tutte le violenze sono uguali. Non tutte le vittime occupano la stessa posizione sociale. Non tutte le aggressioni nascono dagli stessi processi. L'omicidio di Bakary Sako parla di razzismo e di rappresentazioni pubbliche che da anni costruiscono i migranti come soggetti inferiori o indesiderati. Parlare genericamente di odio significa occultare tutto questo.

Se davvero si vuole onorare la memoria di Bakary, il 9 maggio deve diventare una giornata nella quale non si abbia paura di pronunciare la parola razzismo. Deve essere un'occasione per interrogarsi sulle responsabilità della politica, dei media, delle istituzioni educative e della società nel suo complesso. Deve servire a comprendere come si costruisce l'indifferenza verso alcune vite e come la si possa contrastare.

Se non siamo stati capaci di proteggere Bakary in vita, abbiamo almeno il dovere di raccontare con onestà le ragioni della sua morte.

 

 

 


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