di Antonio Ciniero
Ho letto che il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, ha
annunciato l’istituzione del 9 maggio, giorno dell’uccisione di Bakary Sako,
come Giornata contro l’odio e la violenza, attraverso un percorso che
coinvolgerà il mondo della scuola e le giovani generazioni.
A spiegare il senso dell’iniziativa sono le stesse parole
del sindaco: «Istituiremo il 9 maggio la giornata contro l’odio e la violenza,
grazie alla collaborazione con il mondo della scuola. (...) Metteremo in campo
tutta una serie di iniziative che devono servire a educare, a informare soprattutto
i più giovani, ma tutta la popolazione che deve fare dei passi in avanti
unendosi e provando a dare una mano anche a quelle famiglie che vivono momenti
di disagi importanti e che magari poi portano a determinate azioni».
Si tratta di un'iniziativa che nasce da intenzioni
certamente condivisibili. Proprio per questo, però, ritengo necessario dire con
chiarezza che parlare genericamente di odio e violenza significa non
riconoscere fino in fondo ciò che è accaduto.
Non si tratta di una polemica politica. Al contrario. Quanto
successo è troppo grave per essere ridotto a terreno di scontro. Ma è
altrettanto grave che, a distanza di settimane dall'omicidio di Bakary Sako, si
continui a evitare la parola che più di ogni altra aiuta a comprendere il
significato di questa vicenda: razzismo.
Nessuno può negare l’esistenza di forme di disagio sociale,
educativo e relazionale che attraversano molti territori. Né si può ignorare il
progressivo indebolimento dei legami comunitari, la crisi delle agenzie
educative e la crescente difficoltà delle istituzioni nel fornire risposte
credibili alle nuove generazioni. Ma il disagio sociale, da solo, non spiega
perché il bersaglio sia stato Bakary Sako. Per comprendere questo omicidio
occorre interrogarsi sul ruolo che il razzismo continua a svolgere nella nostra
società.
Bakary Sako non è stato ucciso da una generica violenza. Non
è morto a causa di un astratto odio umano che potrebbe colpire chiunque
indistintamente. È stato ucciso perché era un uomo nero, migrante, lavoratore,
inserito in una posizione di vulnerabilità sociale costruita da pensiero coloniale,
anni di esclusione, marginalizzazione e rappresentazioni pubbliche che
continuano a indicare nello straniero un corpo estraneo, un problema, una
minaccia.
Riconoscere la matrice razzista di questo omicidio non
significa attribuire responsabilità collettive indistinte. Significa
comprendere le condizioni che lo hanno reso possibile. Significa rifiutare la
rassicurante narrazione dell'episodio isolato. Significa accettare che la
violenza non nasce mai nel vuoto ma dentro un contesto sociale che la prepara,
la alimenta e, troppo spesso – quando non si interviene in maniera adeguata –
la normalizza.
Da oltre quarant'anni le politiche attuate e i discorsi
pubblici che le hanno legittimate hanno costruito il fenomeno migratorio come
una questione di sicurezza e di ordine pubblico. Lo straniero è stato
trasformato in emergenza permanente. Le campagne elettorali, i dibattiti
televisivi, una parte consistente dell'informazione e numerosi provvedimenti
legislativi hanno contribuito a produrre una rappresentazione dei migranti come
soggetti problematici, pericolosi, culturalmente incompatibili o economicamente
ingombranti.
Le parole producono conseguenze. Le rappresentazioni
costruiscono realtà sociali. Quando per decenni si insegna che alcune persone
costituiscono un problema, non ci si può stupire se qualcuno finisce per
considerarle meno degne di rispetto, meno degne di tutela, meno degne persino
di vivere.
Per questa ragione considero un grave errore che le
istituzioni e il mondo della scuola parlino soltanto di odio e violenza senza
nominare il razzismo. Non perché ogni aggressione contro una persona straniera
sia automaticamente razzista, ma perché in questo caso ignorare la dimensione
razziale dell'accaduto significa cancellarne il significato sociale e politico.
La scuola non ha il compito di addolcire la realtà. Ha il
compito di comprenderla e di fornire gli strumenti per interpretarla
criticamente. Se si vuole davvero fare memoria di Bakary Sako, bisogna spiegare
ai ragazzi che il razzismo non coincide soltanto con gli insulti, le svastiche
o le ideologie apertamente suprematiste. Il razzismo è anche un sistema di
rappresentazioni, pratiche e gerarchie che attribuisce valore diverso alle vite
umane. È ciò che rende alcuni corpi più esposti alla violenza, allo sfruttamento,
all'umiliazione e all'indifferenza.
I ragazzi e le ragazze hanno bisogno di verità. Hanno
bisogno di capire perché un lavoratore arrivato dal Mali, sopravvissuto al
deserto, alla Libia, alle frontiere militarizzate e al Mediterraneo, sia stato
ucciso proprio qui, mentre si preparava ad andare a lavorare. Hanno bisogno di
comprendere il rapporto che lega le discriminazioni quotidiane, i discorsi
pubblici sull'immigrazione, la marginalità sociale e le forme più estreme della
violenza.
Per questo rivolgo un appello in primo luogo alle
istituzioni cittadine e al mondo della scuola. Fermatevi e riconoscete fino in
fondo ciò che è accaduto.
Lo dovete anzitutto a Bakary Sako, il cui corpo martoriato
ha lasciato Taranto per fare ritorno nel Mali, dove non potrà mai conoscere i
figli che aspettava. Lo dovete alle nuove generazioni, che continuano a porre
domande alle quali gli adulti hanno il dovere di rispondere. Lo dovete anche ai
ragazzi “difficili” che dite di voler sostenere, perché nessun percorso
educativo può funzionare se parte da una lettura sbagliata della realtà.
Non riconoscere il razzismo che ha contribuito a produrre
l'assassinio di un lavoratore migrante significa sottrarsi a una responsabilità
educativa e civile fondamentale. Significa lasciare senza risposta le domande
più importanti. Significa impedire alla comunità di comprendere ciò che è
realmente accaduto.
Esiste poi un ulteriore elemento che merita di essere
sottolineato. Trasformare il 9 maggio in una generica giornata contro l'odio e
la violenza equivale a decontestualizzare l'omicidio di Bakary Sako. Significa
collocarlo in una categoria astratta, moralmente condivisibile ma politicamente
innocua. Significa separare quella morte dalle condizioni storiche, sociali e
culturali che l'hanno resa possibile.
Non tutte le violenze sono uguali. Non tutte le vittime
occupano la stessa posizione sociale. Non tutte le aggressioni nascono dagli
stessi processi. L'omicidio di Bakary Sako parla di razzismo e di
rappresentazioni pubbliche che da anni costruiscono i migranti come soggetti
inferiori o indesiderati. Parlare genericamente di odio significa occultare
tutto questo.
Se davvero si vuole onorare la memoria di Bakary, il 9
maggio deve diventare una giornata nella quale non si abbia paura di
pronunciare la parola razzismo. Deve essere un'occasione per interrogarsi sulle
responsabilità della politica, dei media, delle istituzioni educative e della
società nel suo complesso. Deve servire a comprendere come si costruisce
l'indifferenza verso alcune vite e come la si possa contrastare.
Se non siamo stati capaci di proteggere Bakary in vita,
abbiamo almeno il dovere di raccontare con onestà le ragioni della sua morte.
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