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martedì 22 settembre 2026

“Stranieri” per legge, italiani nella vita

 


di Antonio Ciniero

Ritorno sulle parole della premier e sulle sue farneticazioni a proposito di scuola solo perché credo sia opportuno mettere in fila qualche dato, per mostrare, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l’inconsistenza di certe affermazioni e l’assoluta strumentalizzazione della vita delle persone, persino dei bambini, per il proprio ignobile tornaconto politico.

Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito (sì, negli anni hanno avuto pure il coraggio di aggiungere “merito”… e togliere “pubblica”), che si presuppone conosca anche la premier, la realtà è un po’ diversa da quella raccontata dalla propaganda.

Andiamo con ordine e vediamo cosa è successo negli ultimi dieci anni, giusto per prendere in considerazione un periodo sufficientemente lungo.

Nell’anno scolastico 2014/2015 gli studenti iscritti nelle scuole italiane erano complessivamente 8.886.076, di cui 814.187 con cittadinanza non italiana, pari al 9,2% del totale. Dieci anni dopo, nell’a.s. 2024/2025, la popolazione scolastica complessiva è scesa a 7.899.593 studenti, mentre quelli con cittadinanza non italiana sono saliti a 936.359, pari all’11,9% del totale.

In dieci anni, quindi, la scuola italiana ha perso quasi un milione di studenti: 986.483 per la precisione, una diminuzione dell’11,1%. Nello stesso periodo gli studenti con cittadinanza non italiana sono invece aumentati di poco più di 122 mila unità.

Già questo dato dovrebbe suggerire qualche riflessione. La popolazione scolastica italiana si sta riducendo in maniera molto consistente e la presenza degli studenti con cittadinanza non italiana contribuisce, almeno in parte, a contenere questa diminuzione. Se guardiamo ai soli studenti con cittadinanza italiana, infatti, la contrazione è ancora maggiore: in dieci anni sono diminuiti di oltre 1,1 milioni.

Ma il dato più significativo è un altro. Dei 936.359 studenti con cittadinanza non italiana presenti nelle nostre scuole nell’anno scolastico 2024/2025, 604.397 sono nati in Italia. Parliamo del 64,5% del totale. In altre parole, quasi due studenti su tre tra quelli che continuiamo a definire “stranieri” sono nati in Italia. E non si tratta neppure di un fenomeno recente. Dieci anni fa gli studenti con cittadinanza non italiana nati nel nostro Paese erano 450.362 e rappresentavano già il 55,3% del totale degli studenti “stranieri”. Oggi sono oltre 604 mila.

Vale la pena fermarsi su questo dato.

Quando parliamo di “studenti stranieri”, infatti, stiamo utilizzando una categoria amministrativa, non stiamo necessariamente descrivendo una condizione migratoria. Quasi due su tre di questi bambini e ragazzi non sono immigrati in Italia: in Italia ci sono nati. Qui sono cresciuti, qui sono andati all’asilo, qui frequentano la scuola, qui hanno costruito le loro amicizie e le loro relazioni, qui stanno facendo sostanzialmente tutta la loro esperienza di vita.

Eppure per l’Italia sono “stranieri”. È questo, forse, il dato che più di ogni altro mostra quanto sia surreale il dibattito politico di questi giorni. Si discute di quanti “stranieri” possano stare in una classe senza chiedersi neppure chi siano gli “stranieri” di cui stiamo parlando.

Perché se quasi due su tre sono nati in Italia, il problema non è l’arrivo improvviso nelle scuole italiane di una massa di bambini provenienti da chissà dove. Il punto è molto più semplice: la società italiana è cambiata, le sue scuole sono cambiate, la composizione delle nuove generazioni è cambiata. È la politica, semmai, che continua ostinatamente a raccontare un Paese che non esiste più.

Se centinaia di migliaia di bambini e ragazzi nati e cresciuti in Italia continuano a essere classificati come “stranieri”, forse bisognerebbe finalmente interrogarsi non su quanti di loro possano stare in una classe, ma sulla legge che continua a considerarli stranieri.

La legge che disciplina la cittadinanza italiana è ancora, nel suo impianto fondamentale, la legge n. 91 del 1992. Una legge approvata trentaquattro anni fa, quando l’Italia era un Paese profondamente diverso da quello di oggi, e costruita attribuendo un ruolo centrale alla discendenza: è cittadino per nascita, salvo casi particolari, chi nasce da padre o madre cittadini italiani.

Una legge vecchia, inadeguata e ormai anacronistica rispetto alla società che dovrebbe regolare. Una legge che produce una distanza sempre più evidente tra appartenenza sociale e appartenenza giuridica, continuando a considerare stranieri bambini e ragazzi che sono nati e cresciuti qui.

Che la destra nazionalista oggi al governo non abbia alcun interesse ad andare in questa direzione non sorprende: la contrapposizione tra “italiani” e “stranieri” è da anni uno dei terreni sui quali costruisce una parte importante della propria narrazione politica. Ma sarebbe troppo facile fermarsi alla destra. La legge è del 1992. Da allora anche il centrosinistra ha governato il Paese per diverse legislature. Nel 2015 una riforma della cittadinanza fu approvata dalla Camera, ma non diventò mai legge: il provvedimento arrivò al Senato e lì terminò il proprio percorso con la fine della legislatura nel 2017. Il risultato, quello che conta, è che la legge del 1992 è ancora lì.

E viene difficile non notare come una parte della sinistra sembri riscoprire periodicamente la necessità di riformare la legge sulla cittadinanza solo quando è all’opposizione, mentre quando governa la questione diventa improvvisamente meno urgente. Un problema che, peraltro, va ben oltre le politiche migratorie: troppo spesso, invece di costruire un’alternativa riconoscibile, la sinistra ha finito per inseguire la destra sul suo terreno, dalle migrazioni alla sicurezza, fino alle politiche del lavoro e alla sua progressiva precarizzazione.

Eppure un’alternativa dovrebbe servire esattamente a questo: proporre un’altra idea di società.

Una società capace di guardare ciò che esiste invece di inventare continuamente nemici; capace di riconoscere come parte di sé chi qui nasce, cresce, studia e costruisce il proprio futuro; una società più equa e più giusta, nella quale i diritti non dipendano dal sangue, dal cognome o dall’origine dei propri genitori.

Una società, insomma, nella quale nessuno debba crescere sentendosi straniero nel Paese in cui è nato e che considera casa propria.

 


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