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mercoledì 30 settembre 2026

Chi sono “i nostri ragazzi”?

 

Leggo le dichiarazioni del sindaco di Taranto Piero Bitetti, favorevole al tetto agli studenti stranieri nelle classi e al divieto del burqa. «Rispetto massimo di tutti i popoli che accogliamo», afferma, «ma penso che le nostre regole, le nostre abitudini, le nostre tradizioni vadano rispettate».

Sarebbe facile liquidarle come vuota e pericolosa retorica demagogica. Vale invece la pena prenderle sul serio. Soprattutto perché provengono da un esponente di un partito che si definisce democratico e, ancora di più, perché a pronunciarle è il sindaco di Taranto: lo stesso che, di fronte all’assassinio di Bakary Sako, scelse di leggere quella violenza soprattutto attraverso le categorie del disagio sociale e della devianza giovanile, senza interrogarsi pubblicamente fino in fondo sulla sua dimensione razzista.

Partiamo dai numeri. Nell’anno scolastico 2024/2025, in tutta la provincia di Taranto gli studenti con cittadinanza non italiana sono 1.990 su 74.755: il 2,7% del totale, contro il 4% della Puglia e l’11,9% dell’Italia. E c’è un dato ancora più significativo: la metà, 996, è nata in Italia. Nella scuola dell’infanzia gli studenti con cittadinanza non italiana sono appena il 3,2% e il 70,3% di loro è nato in Italia.

E qui le possibilità sono due: o il sindaco non conosce la realtà sulla quale interviene, oppure la conosce e sceglie comunque di rappresentarla in modo distorto. Non so quale delle due ipotesi sia più grave.

Ma riesce a fare ancora peggio. Sostiene che «aumentare in maniera esponenziale la presenza di altre nazionalità» rischierebbe di «compromettere i nostri ragazzi che fanno fatica a mantenere il passo». E a sostegno cita i numeri dell’immigrazione in Italia: 65.000 persone nel 2024, 66.000 nel 2025.

Ma che cosa c’entrano questi numeri con gli studenti stranieri nelle scuole?

Si sovrappongono flussi migratori nazionali e popolazione scolastica, fenomeni e popolazioni statistiche differenti. Gli arrivi in Italia non ci dicono quanti studenti stranieri siedano nelle classi italiane, e ancor meno in quelle tarantine, quale sia il loro percorso scolastico o quale conoscenza abbiano dell’italiano.

I dati pertinenti esistono: a Taranto gli studenti con cittadinanza non italiana sono il 2,7% e la metà è nata in Italia. Altro che aumento “esponenziale”.

E soprattutto: chi sono “i nostri ragazzi”? Molti di quelli che continuiamo a classificare come “stranieri” sono nati qui, frequentano le nostre scuole dall’infanzia, parlano italiano, crescono nelle nostre città. Sono, come scrivevo qualche giorno fa, stranieri per legge, italiani nella vita.

Questo non significa negare che nelle scuole possano esistere difficoltà linguistiche o situazioni di svantaggio. Significa affrontarle per ciò che sono. Se il problema è linguistico, si potenzia l’italiano L2; se è sociale, si interviene sulle disuguaglianze; se esistono fenomeni di segregazione scolastica, se ne affrontano le cause. La cittadinanza è un indicatore assai povero del bisogno educativo.

E poi c’è il burqa. Il sindaco ne propone il divieto nelle scuole. Sarebbe interessante sapere: quanti casi di studentesse con il burqa sono stati registrati nelle scuole italiane? E a Taranto? Uno? Dieci? Cento? Nessuno!

Prima di proporre una soluzione, un amministratore dovrebbe almeno verificare l’esistenza e la consistenza del problema. Altrimenti il dubbio è legittimo: stiamo governando un fenomeno o lo stiamo costruendo politicamente?

Ed è questo il punto che trovo più grave. L’espressione “i popoli che accogliamo”, contrapposta alle “nostre regole, nostre abitudini, nostre tradizioni”, costruisce un noi, proprietario simbolico della città e della sua cultura, e un loro, accolto e chiamato ad adeguarsi. Ma i bambini nati a Taranto da genitori stranieri non sono un popolo che Taranto sta accogliendo. Sono bambini che a Taranto stanno crescendo.

Ed è difficile non ripensare all’assassinio di Bakary Sako.

A maggio avevo scritto della “parola che manca”, interrogandomi sulla difficoltà delle istituzioni di nominare fino in fondo ciò che quella morte ci costringeva a guardare. Bakary viveva e lavorava in questo territorio. Rifiutarsi persino di interrogarsi sulla dimensione razzista di quella violenza significa rifiutarsi di vedere una parte della realtà.

E oggi ritroviamo nel discorso pubblico quella stessa linea di separazione: “noi” e “loro”, “i nostri ragazzi” e gli studenti stranieri, “le nostre tradizioni” e quelle dei “popoli che accogliamo”.

Le istituzioni, con le politiche e con le parole, contribuiscono a costruire i confini simbolici della comunità: chi sta dentro il “noi” e chi continua a essere rappresentato come “altro”.

A volte basta persino un pronome possessivo: “i nostri ragazzi”. Partiamo da qui: quei 1.990 studenti con cittadinanza non italiana che frequentano le scuole della provincia di Taranto, compresi i 996 nati in Italia, sono anch’essi i nostri ragazzi.

Non perché qualcuno abbia deciso generosamente di accoglierli. Ma perché fanno già parte della società in cui viviamo. Piaccia o meno al signor sindaco o al signor ministro.

 


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