I centri di detenzione amministrativa per cittadini
stranieri sono stati introdotti in Italia nel 1998, con la legge
Turco-Napolitano (n. 40 del 1998). Inizialmente denominati Centri di Permanenza
Temporanea (CPT), sono stati successivamente ridefiniti Centri di
Identificazione ed Espulsione (CIE) e, infine, Centri di Permanenza per i
Rimpatri (CPR).
Al di là delle denominazioni, la loro funzione è rimasta
sostanzialmente invariata: privare della libertà personale cittadini stranieri
sottoposti a procedure amministrative di espulsione o rimpatrio. Nei CPR si può
essere privati della libertà personale senza aver commesso alcun reato. Una
forma di detenzione amministrativa che pone interrogativi profondi sul rapporto
tra libertà, diritti e cittadinanza: una ferita nella nostra cultura giuridica
e democratica.
Questa mostruosità giuridica non trova giustificazione
neppure sul piano dell’efficacia rispetto agli obiettivi dichiarati. Un aspetto
che dovrebbe interrogare anche chi considera questi luoghi necessari e sembra
non porsi il problema del rispetto delle libertà fondamentali.
I dati, fonte Ministero dell’Interno, sono inequivocabili.
Nel 2024, su 5.870 cittadini stranieri trattenuti nei CPR, soltanto 2.526, pari
al 43%, sono stati effettivamente rimpatriati. La maggioranza delle persone
transitate da questi centri, dunque, non viene rimpatriata. Non si tratta di un’anomalia
contingente. Da anni il sistema delle espulsioni italiano mostra limiti
strutturali, legati soprattutto alle difficoltà di eseguire concretamente i
provvedimenti di allontanamento. Eppure, nonostante questi risultati, la
risposta politica continua a essere prevalentemente la stessa: ampliare la
capacità detentiva, costruire nuovi centri, prolungare i tempi di
trattenimento.
Si sbaglierebbe, però, a considerare questi luoghi
semplicemente inefficienti. Non occorre scomodare i classici del pensiero
sociologico, anche se male non fa, per riconoscere nel loro funzionamento la
distinzione tra funzioni manifeste e funzioni latenti.
Se sono infatti scarsamente efficaci rispetto alla finalità
dichiarata (funzione manifesta: contrastare l’irregolarità attraverso i
rimpatri), sono invece perfettamente funzionali a riprodurre condizioni di
vulnerabilità, precarietà e ricattabilità, non soltanto tra le persone che vi
vengono rinchiuse, ma, più in generale, tra quanti vivono sotto la costante
minaccia dell’espulsione (funzione latente).
Sono istituzioni totali, per riprendere la categoria
elaborata da Erving Goffman, come lo erano i manicomi. Luoghi nei quali la
violenza non è semplicemente il risultato di singoli abusi o di una cattiva
gestione, ma è inscritta nella stessa organizzazione istituzionale e nei
rapporti di potere che la caratterizzano. Una violenza che agisce su diversi
piani: individuale e biografico, sociale e politico.
La detenzione amministrativa, insieme alla continua minaccia
dell’espulsione, è parte di un sistema più ampio di controllo delle migrazioni
che non elimina l’irregolarità, ma contribuisce a riprodurla. È in questo senso
che si può parlare, riprendendo Alessandro Dal Lago, di vere e proprie fabbriche
di clandestinità, perché, come ampiamente documentato dalla letteratura
scientifica e dalle indagini di numerose procure italiane, l'irregolarità
giuridica (prodotta dalle contraddizioni normative) è uno dei principali
fattori che espongono le persone allo sfruttamento lavorativo, alla
marginalizzazione e alla privazione concreta dei diritti.
Da questa situazione traggono vantaggio diversi soggetti:
gli imprenditori politici del razzismo, che alimentano consenso attraverso la
costruzione dello straniero irregolare come minaccia, e gli imprenditori
economici disonesti che possono sfruttare una manodopera resa più vulnerabile
proprio dalla precarietà della sua condizione giuridica.
I problemi posti dall'esistenza dei CPR non riguardano
soltanto la loro inefficacia rispetto agli obiettivi dichiarati, ma sono da
ricercare soprattutto nel ruolo che svolgono all'interno di un sistema di
regolazione delle migrazioni che contribuisce a produrre e riprodurre
disuguaglianze. Non siamo di fronte a un sistema che semplicemente non
funziona, ma a un sistema che, mentre dichiara di voler contrastare l’irregolarità,
contribuisce a riprodurre le condizioni sociali e giuridiche che la alimentano,
rendendo una parte della popolazione più vulnerabile, ricattabile e
sfruttabile.
I CPR non vanno migliorati, ampliati o resi più efficienti.
Vanno aboliti. E questo deve essere chiaro in particolar modo alla sinistra di
questo Paese che non solo ha introdotto questi luoghi immondi, ma che, quando
ha avuto responsabilità di governo negli ultimi anni, li ha sempre sostenuti e
addirittura ampliati.
Come è accaduto con i manicomi, il problema non è correggere
le storture di queste istituzioni, ma mettere radicalmente in discussione la
loro stessa esistenza. La violenza che producono non è semplicemente il
risultato di una cattiva gestione, di condizioni materiali disumane o di
singoli abusi. È inscritta nella loro stessa natura e nella funzione che
svolgono.
Per questo la manifestazione di oggi a Castel Volturno ha un
significato che va ben oltre l’opposizione alla costruzione di un nuovo CPR.
Riguarda il modello di società che stiamo costruendo, il rapporto tra libertà e
controllo, tra diritti e cittadinanza, tra politiche migratorie e produzione
delle disuguaglianze.
Non si può difendere la democrazia e, contemporaneamente,
considerare normale l’esistenza di istituzioni che privano della libertà
persone che non hanno commesso reati e contribuiscono a riprodurre condizioni
di marginalità e sfruttamento.
Su questo, per quanto mi riguarda, non ci sono mezze misure.
I CPR vanno chiusi, senza se e senza ma. Né a Castel Volturno, né altrove.
