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sabato 24 ottobre 2026

Oggi a Castel Volturno, contro un nuovo CPR. Né qui, né altrove!

 





di Antonio Ciniero

I centri di detenzione amministrativa per cittadini stranieri sono stati introdotti in Italia nel 1998, con la legge Turco-Napolitano (n. 40 del 1998). Inizialmente denominati Centri di Permanenza Temporanea (CPT), sono stati successivamente ridefiniti Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) e, infine, Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR).

Al di là delle denominazioni, la loro funzione è rimasta sostanzialmente invariata: privare della libertà personale cittadini stranieri sottoposti a procedure amministrative di espulsione o rimpatrio. Nei CPR si può essere privati della libertà personale senza aver commesso alcun reato. Una forma di detenzione amministrativa che pone interrogativi profondi sul rapporto tra libertà, diritti e cittadinanza: una ferita nella nostra cultura giuridica e democratica.

Questa mostruosità giuridica non trova giustificazione neppure sul piano dell’efficacia rispetto agli obiettivi dichiarati. Un aspetto che dovrebbe interrogare anche chi considera questi luoghi necessari e sembra non porsi il problema del rispetto delle libertà fondamentali.

I dati, fonte Ministero dell’Interno, sono inequivocabili. Nel 2024, su 5.870 cittadini stranieri trattenuti nei CPR, soltanto 2.526, pari al 43%, sono stati effettivamente rimpatriati. La maggioranza delle persone transitate da questi centri, dunque, non viene rimpatriata. Non si tratta di un’anomalia contingente. Da anni il sistema delle espulsioni italiano mostra limiti strutturali, legati soprattutto alle difficoltà di eseguire concretamente i provvedimenti di allontanamento. Eppure, nonostante questi risultati, la risposta politica continua a essere prevalentemente la stessa: ampliare la capacità detentiva, costruire nuovi centri, prolungare i tempi di trattenimento.

Si sbaglierebbe, però, a considerare questi luoghi semplicemente inefficienti. Non occorre scomodare i classici del pensiero sociologico, anche se male non fa, per riconoscere nel loro funzionamento la distinzione tra funzioni manifeste e funzioni latenti.

Se sono infatti scarsamente efficaci rispetto alla finalità dichiarata (funzione manifesta: contrastare l’irregolarità attraverso i rimpatri), sono invece perfettamente funzionali a riprodurre condizioni di vulnerabilità, precarietà e ricattabilità, non soltanto tra le persone che vi vengono rinchiuse, ma, più in generale, tra quanti vivono sotto la costante minaccia dell’espulsione (funzione latente).

Sono istituzioni totali, per riprendere la categoria elaborata da Erving Goffman, come lo erano i manicomi. Luoghi nei quali la violenza non è semplicemente il risultato di singoli abusi o di una cattiva gestione, ma è inscritta nella stessa organizzazione istituzionale e nei rapporti di potere che la caratterizzano. Una violenza che agisce su diversi piani: individuale e biografico, sociale e politico.

La detenzione amministrativa, insieme alla continua minaccia dell’espulsione, è parte di un sistema più ampio di controllo delle migrazioni che non elimina l’irregolarità, ma contribuisce a riprodurla. È in questo senso che si può parlare, riprendendo Alessandro Dal Lago, di vere e proprie fabbriche di clandestinità, perché, come ampiamente documentato dalla letteratura scientifica e dalle indagini di numerose procure italiane, l'irregolarità giuridica (prodotta dalle contraddizioni normative) è uno dei principali fattori che espongono le persone allo sfruttamento lavorativo, alla marginalizzazione e alla privazione concreta dei diritti.

Da questa situazione traggono vantaggio diversi soggetti: gli imprenditori politici del razzismo, che alimentano consenso attraverso la costruzione dello straniero irregolare come minaccia, e gli imprenditori economici disonesti che possono sfruttare una manodopera resa più vulnerabile proprio dalla precarietà della sua condizione giuridica.

I problemi posti dall'esistenza dei CPR non riguardano soltanto la loro inefficacia rispetto agli obiettivi dichiarati, ma sono da ricercare soprattutto nel ruolo che svolgono all'interno di un sistema di regolazione delle migrazioni che contribuisce a produrre e riprodurre disuguaglianze. Non siamo di fronte a un sistema che semplicemente non funziona, ma a un sistema che, mentre dichiara di voler contrastare l’irregolarità, contribuisce a riprodurre le condizioni sociali e giuridiche che la alimentano, rendendo una parte della popolazione più vulnerabile, ricattabile e sfruttabile.

I CPR non vanno migliorati, ampliati o resi più efficienti. Vanno aboliti. E questo deve essere chiaro in particolar modo alla sinistra di questo Paese che non solo ha introdotto questi luoghi immondi, ma che, quando ha avuto responsabilità di governo negli ultimi anni, li ha sempre sostenuti e addirittura ampliati.

Come è accaduto con i manicomi, il problema non è correggere le storture di queste istituzioni, ma mettere radicalmente in discussione la loro stessa esistenza. La violenza che producono non è semplicemente il risultato di una cattiva gestione, di condizioni materiali disumane o di singoli abusi. È inscritta nella loro stessa natura e nella funzione che svolgono.

Per questo la manifestazione di oggi a Castel Volturno ha un significato che va ben oltre l’opposizione alla costruzione di un nuovo CPR. Riguarda il modello di società che stiamo costruendo, il rapporto tra libertà e controllo, tra diritti e cittadinanza, tra politiche migratorie e produzione delle disuguaglianze.

Non si può difendere la democrazia e, contemporaneamente, considerare normale l’esistenza di istituzioni che privano della libertà persone che non hanno commesso reati e contribuiscono a riprodurre condizioni di marginalità e sfruttamento.

Su questo, per quanto mi riguarda, non ci sono mezze misure. I CPR vanno chiusi, senza se e senza ma. Né a Castel Volturno, né altrove.

 


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