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lunedì 26 giugno 2017

Il comune di Foggia minaccia nuovamente di sgomberare il “ghetto bulgaro”


foto: Ilaria Papa



di Antonio Ciniero


Cosa fa un’istituzione di un paese democratico quando centinaia di braccianti, uomini e donne, sono costretti a vivere in condizione di estrema vulnerabilità?
Cosa fa un’istituzione di un paese democratico quando uomini e donne sono sfruttati in condizioni inumane sui campi agricoli per raccogliere i prodotti che verranno consumati sulle tavole di mezza Europa e faranno crescere il PIL dell’agricoltura italiana?
Cosa fa un’istituzione di un paese democratico quando una madre e un padre sono costretti a portare con sé il/la proprio/a figlio/a in un baraccopoli insalubre pur di garantirli un tozzo di pane?   

Semplice, per decenni finge di ignorare il tutto e poi, coerentemente, finge di affrontare la questione tirando fuori la sempre inutile soluzione “emergenziale”!

Questo è quanto ad oggi sembra stia per fare il Comune di Foggia con il cosiddetto ghetto bulgaro. In questi giorni il Comune - in realtà ci aveva già provato qualche mese fa, ma invano - sta riproponendo lo stesso atteggiamento demagogico che hanno adottato nel corso degli anni la gran parte delle amministrazioni locali italiane quando si sono trovate di fronte alla necessità di prendere provvedimenti per affrontare emergenze sociali (soprattutto se queste emergenze sociali riguardavano le condizioni di vita di cittadini rom in condizione di grave esclusione sociale e di estrema povertà).

Anziché attrezzarsi, per tempo e di concerto con gli altri attori istituzionali e non, per dare risposte solidali si preferisce seguire la via più breve, quella che criminalizza la povertà e l’esclusione sociale. Quella che cerca di trasformare, in maniera subdola, le vittime in carnefici.
Quando questo processo è confezionato per bene, può essere dato in pasto ai media e si può emanare una bella ordinanza di sgombero, tonto inutile quanto dannosa.

Se anche il comune di Foggia questa volta riuscisse a portare a termine lo sgombero, non serve certo la palla di cristallo per sapere che l’azione non avrà alcuna efficacia. A pagare il prezzo più alto, come al solito, saranno i più deboli: il ghetto continuerà ad esistere, al massimo si sposterà solo di qualche metro, i braccianti continueranno ad essere sfruttati, i diritti umani continueranno ad essere sospesi. Poi, l’anno prossimo, si comincerà nuovamente daccapo, con la stessa ipocrisia che in Italia accompagna queste operazioni da oltre trent’anni…




domenica 18 giugno 2017

Lo ius soli è un diritto: non è procrastinabile, né si può temperare!


Photo credit: contrordino.it



di Antonio Ciniero


In Italia sono oltre un milione e duecentomila i ragazzi e le ragazze senza la cittadinanza italiana che hanno meno di vent’anni. Ragazze e ragazzi nati in Italia, oppure arrivati da piccolissimi, alcuni addirittura figli di genitori nati in Italia, che per lo stato italiano sono stranieri.  Ragazzi e ragazze che, in moltissimi casi, non si sono mai spostati dal suolo italiano, nemmeno per un solo giorno, la cui permanenza in Italia è sottoposta ai dettami di quanto previsto dal Testo Unico sulle Migrazioni.

Il dibattito sullo ius soli di questi giorni, la bagarre scoppiata in Senato a causa dei senatori leghisti, l’astensione del movimento cinque stelle, sin dalla sua fondazione su posizioni dichiaratamente xenofobe e razziste (mi pare sia l’unico partito in Italia che preveda il possesso della cittadinanza italiana come requisito per potervi aderire), le manifestazioni fuori da Palazzo Madama organizzate della galassia della destra neofascista italiana, la timida proposta politica - e per molti versi limitata - elaborata dall’attuale maggioranza danno la tara del ritardo storico accumulato dal nostro paese, nonché, diciamolo chiaramente, della totale inadeguatezza dell’attuale compagine politica, e delle precedenti, nell’affrontare temi importanti, epocali, come lo sono quelli legati l’allargamento dei diritti (sociali, civili e politici) a coloro che ne sono privi, a cittadini che, allo stato attuale, vivono, in diversi ambiti, un’apartheid di fatto.

Le motivazioni addotte da chi oggi osteggia l’approvazione della proposta di legge sullo ius soli non hanno ragion d’essere. La paventata paura dell’arrivo massiccio di puerpere sulle coste italiane, l’artata confusione tra allargamento del diritto di cittadinanza e diminuzione dei diritti dei lavoratori, lo spauracchio del terrorismo e della sicurezza, immancabile tema che accompagna il discorso pubblico e le leggi sulle migrazioni nel nostro paese sin dal 1986 (anno della prima legge in materia), hanno polarizzato il dibattito pubblico in due fazioni contrapposte: chi osteggia e contrasta l’adozione del provvedimento sullo ius soli in virtù di argomentazioni che affondano le radici culturali nel retaggio del pensiero colonialista e razzista italiano, mai adeguatamente rielaborato (il primato del sangue, della nazione, del popolo, della cultura), e chi si fa portatore di istanze che rivendicano uno ius soli a metà, pensando di legare e subordinare un diritto fondamentale come quello di cittadinanza alla condizione amministrativa di soggiorno dei genitori del nascituro o a requisiti “culturali” fissati per legge.

martedì 13 giugno 2017

Cercando bellezza. Le migrazioni oltre la visibilità






di Antonio Ciniero


Riporto l’introduzione al catalogo fotografico Cerchiamo Bellezza, curato dall’associazione  FotoFucina. Il catalogo e la mostra fotografica saranno presentati sabato 17 giugno 


Oggi più di 200 milioni di persone vivono in un paese diverso da quello nel quale sono nati. Se è vero che la storia umana è una storia di migrazioni, è altrettanto vero che l’epoca contemporanea conosce una mobilità senza precedenti. Partire è oggi sempre più una scelta obbligata: nello scorso anno, sono state oltre 65 milioni le persone costrette alla fuga nel mondo, una cifra mai registrata prima. Oltre 5 mila sono state le persone morte nel tentativo di raggiungere l’Europa. Morti di confine, morti ai confini. 
La migrazione è una scelta obbligata anche perché rimane una delle poche possibilità di risposta alla sperequazione economica e alle forti diseguaglianze sociali a cui la maggior parte della popolazione, a livello planetario, è costretta dal sistema economico dominante. Un sistema in cui l’1% dell’umanità possiede più ricchezza netta del resto del pianeta. Un sistema nel quale 8 persone possiedono tanto quanto la metà più povera del mondo. Un sistema nel quale, tra il 1998 e il 2011, i redditi del 10% più povero dell’umanità sono aumentati di meno di 3 dollari l’anno, mentre quelli dell’1% più ricco sono aumentati 182 volte tanto. Questa sperequazione non è un effetto accidentale, è il risultato di oltre quarant’anni di applicazione delle politiche neoliberiste.

sabato 20 maggio 2017

Un difficile anniversario. Breve cronaca di un processo di regressione dei diritti in Italia

Due uomini in cerca di lavoro durante la Grande Depressione americana del 1929

di  Antonio Ciniero e Ilaria Papa


Il 20 maggio 1970 veniva promulgato lo Statuto dei Lavoratori, uno dei più avanzati testi giuridici di tutela dei diritti dei lavoratori. 

Nel 1997 viene promulgata la legge n. 196, più conosciuta come pacchetto Treu, dal nome dell’allora ministro del lavoro e oggi presidente del CNEL, l’ente che lo stesso Treu voleva abolirle fino allo scorso 4 dicembre.

Nel 2003 viene approvata la legge n. 30 (da alcuni chiamata impropriamente legge Biagi). 

Nel 2014 viene  approvata la legge n. 183 (il cosiddetto Jobs Act).

lunedì 24 aprile 2017

Non volete le ONG? Aprite le frontiere!


Photo credit: Medici Senza Frontiere 


di Antonio Ciniero

Un’ipocrisia di fondo caratterizza e circonda tutti gli attacchi che in questi giorni si sono registrati al lavoro delle ONG che operano in mare tra l’Italia e la Libia, accusate di favorire l’immigrazione irregolare e di collaborare con scafisti senza scrupoli. È un’ipocrisia insopportabile soprattutto quando questi attacchi provengono da chi riveste un ruolo politico, perché, in questo caso, chi è latore degli attacchi lo fa perché ignora il fenomeno, cosa grave per chi ha responsabilità politiche, oppure perché è in mala fede ed evidentemente preferisce un aumento di morti in mare da piangere e commemorare in qualche giornata istituita ad hoc.

L’esistenza stessa degli “scafisti”, del sistema criminale che in molti casi organizza la traversata dei migranti che vogliono raggiungere l’Europa, è conseguenza diretta delle politiche migratorie adottate sia dall’Unione Europea - già dall’adozione dai trattati di Schengen nel 1985 - che dai singoli paesi membri.

Qualunque cosa ne dicano i vari governanti, malinformati o in malafede che siano, le politiche di chiusura delle frontiere non hanno nessun effetto sulla riduzione dei flussi migratori, possono al massimo ri-orientare le rotte, come è avvenuto, per esempio, nel 1973, quando l’emanazione delle cosiddette “politiche di stop” ha spostato i flussi migratori dai paesi del centro e nord Europa (Inghilterra, Germania, Belgio, Svizzera, Francia) verso i paesi dell’Europa mediterranea, o come avvenuto più recentemente con la chiusura della cosiddetta rotta balcanica sul finire del 2015, il cui principale effetto è stato l’aumento del numero dei morti nel Mediterraneo…Basta ricordare i dati, che sono tragicamente evidenti rispetto a ciò. Nel 2015, seguendo la rotta balcanica, sono arrivate in Europa, attraverso la Grecia, oltre 840 mila persone. In questo tragitto ne sono morte circa 800. Attraverso l’Italia, via Libia, sono arrivate invece circa 150 mila persone e ne sono morte oltre 2800. Nel 2016 nel Mediterraneo sono morte oltre 5 mila persone!

venerdì 14 aprile 2017

Il decreto Orlano Minniti non riduce le libertà democratiche per i migranti, le riduce per tutti!




Nel 1998, Livia Turco e Giorgio Napolitano hanno firmato la legge n. 40, quella che, tra le altre cose (alcune, poche, anche positive), ha introdotto in Italia i Centri di Permanenza Temporanea. Da allora, quei luoghi hanno rappresentano un vulnus nel sistema della nostra cultura giuridica. Oltre a essere delle istituzioni totali, dei luoghi dove i diritti sono sospesi, prevedono, per la prima volta nella storia repubblicana, la privazione totale della libertà personale in assenza di reato. 

Nel 2002, Umberto Bossi e Gianfranco Fini firmano la legge n. 189, probabilmente la peggiore legge europea in materia di migrazione, una legge che ha esasperato gli aspetti negativi della precedente ad iniziare proprio da un inasprimento delle condizioni di detenzione nei Centri di Identificazione ed espulsione, come nel frattempo sono stati rinominati i CPT e con l’introduzione del cosiddetto contratto di soggiorno.

Oggi, Andrea Orlando e Marco Minniti con il loro decreto, che mi auguro venga bocciato quanto prima dalla corte costituzionale, sono riusciti ad istituire in Italia, di fatto, un sistema di apartheid giuridico.

Mai, come negli ultimi trent’anni, il fenomeno migratorio è stato soggetto a politiche tanto repressive quanto quelle che attualmente tentano di disciplinarlo nei diversi paesi europei. Se il modo con cui un paese si approccia alle migrazioni può essere considerato un banco di prova su cui misurare la democraticità dello stesso, delle sue istituzioni e delle sue leggi, l’Italia (ma non solo), e non da oggi, difficilmente può considerarsi un paese democratico.

Quando una legge è ingiusta disobbedire è un dovere!

mercoledì 29 marzo 2017

Non è tutto in vendita, non si può comprare tutto! #NoTap







La forza e l’arroganza con la quale si vuole imporre un’opera come la #TAP non è che l’ennesima trasfigurazione dei rapporti di potere che attraversano le società contemporanee. Da una parte ci sono gli interessi economici, difesi, presidiati e imposti - non solo simbolicamente - dall’azione degli Stati, dalle forze armate; dall’altro, c’è chi resiste al processo che vuole ridurre tutto a merce, ci sono uomini e donne che fanno comunità, che difendono come possono, usando il proprio corpo, quel che resta di un territorio sempre più martoriato in nome del profitto.